L’arte sopraffina di criticare (senza proporre)

Quando l’opposizione diventa il campionato nazionale del “No” e dimentica di scendere in campo con qualche idea.

Montecitorio

Nel grande teatro della politica italiana, le opposizioni sembrano spesso avere un ruolo fisso, quasi da contratto sindacale: criticare, sempre. Proporre, raramente. Costruire, mai sia.
E dire che, come ricorda con eleganza il sempre ispirato Fabrizio Caramagna, “quando critichiamo siamo tutti bravi a fare la diagnosi, e meno bravi a prescrivere la medicina”. Già. Lamentarsi, del resto, è gratis. Pensare, invece, costa fatica.

Il Decreto Sicurezza, ad esempio, è l’ultimo paziente finito sul lettino della critica delle opposizioni. Non importa che stia guarendo o meno: quello che conta è dire che la terapia è sbagliata. E giù bastonate a Salvini, reo,  secondo alcuni, di aver fatto passare misure troppo rigide. Ma chi propone un’alternativa concreta, pratica, numeri alla mano? Poco o nulla. È più semplice condannare che pensare, recita un vecchio adagio, ed è difficile dargli torto.

Nel frattempo, la Lega,  con toni, va detto, non proprio da diplomazia vaticana,  risponde stizzita alle critiche. In una nota firmata dai capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, si parla di censura biasimevole da parte del sindaco Gualtieri, colpevole, secondo loro, di aver oscurato i meriti del Decreto Sicurezza mentre, udite udite, il Comune finanziava manifestazioni pro-Europa. Due pesi, due misure?

Ora, se da una parte i toni leghisti ricordano un film di spionaggio anni ’80 con Salvini nella parte del giustiziere urbano, dall’altra non si può non notare che la sinistra, più che rispondere nel merito o proporre qualcosa di alternativo, preferisce indignarsi e restare nella comoda zona grigia dell’indignazione senza impegno.

Insomma, cari oppositori (e qui ci si rivolge a tutte le sponde, ché la tendenza è bipartisan): a quando un’idea? Una proposta vera, concreta, scritta magari con un po’ di logica e meno slogan? Criticare è un diritto sacrosanto, certo. Ma se diventa l’unico mestiere, si rischia di trasformare la politica in una gara di comizi al vento.

Nel frattempo, il cittadino, sempre più lontano dalla politica, guarda, ascolta, e si domanda: “Ma se foste al governo, voi che fareste?”.

Silenzio. O peggio ancora: un altro comunicato stampa.

di Redazione

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