La pizza, gli amici e le piccole felicità: elogio semiserio dell’arte dello stare insieme

Dove si dimostra che l’amicizia sopravvive a tutto… persino alla pizza “brasilerizzata”. Con un inchino a Mamma Bette.


Paulo, Terezinha e Patrícia

Ci sono piaceri che non richiedono lauree, diplomi o manuali d’uso. Uno di questi, forse il più universale e sottovalutato, è la tavolata con gli amici. Un tavolo, quattro risate, due battute e un piatto che non tradisca: e la vita torna immediatamente più leggera, come insegnavano già i saggi latini. “Amicus certus in re incerta cernitur”, sentenziavano, lasciandoci intuire che nelle incertezze quotidiane un amico fedele è più efficace di un intero ministero della serenità.

Cicerone, poi, faceva addirittura della convivialitas la sua filosofia affettiva: altro che trattati astratti, l’amicizia,  nel suo “Laelius de amicitia”, si costruisce tra un boccone e una parola detta bene. E aveva ragione: a tavola ci si incontra, ci si rilassa, si punzecchia l’amico e si perdona subito dopo, perché il buon cibo è il miglior diplomatico mai esistito. Tolto lui, resta solo il litigio… o, peggio ancora, l’amaro in bocca.

E qui entra in scena il dramma carioca: Rio de Janeiro, città generosa di panorami e allegria, non lo è altrettanto quando si parla di pizza. Quella vera, italiana, con la “i” maiuscola e il profumo che riconosci anche a occhi chiusi. Qui, ahimè, le pizzerie aprono e chiudono come stagioni di telenovelas: partono bene, un pizzaiolo bravo, qualche promessa epica, e finiscono male, con prodotti così “brasilerizzati” che il pomodoro è già cotto tre volte, la mozzarella rimbalza e gli ingredienti sembrano usciti da un’insalata russa in crisi d’identità. Della pizza resta solo il nome. E il conto.

Non stupisce, dunque, che la dottoressa Patrícia,  carioca di nascita, italiana di adozione e perciò perfetta giudice del mondo spicciolo della tavola, sia entrata nel panico quando ha dovuto scegliere una pizzeria per incontrare gli amici venuti dal Portogallo, la coppia d’oro Paulo e Terezinha. Un’occasione che meritava almeno una pizza vera, non un esperimento antropologico.

Le opzioni? Scarse. L’esperienza? Demoralizzante. Rimaneva una sola pizzeria da tentare: un ultimo faro nella notte gastronomica. “O la va o la spacca”, ha pensato la nostra Patrícia, sapendo bene che con gli amici ci si può anche arrangiare… ma non fino al punto di fingere che una pizza di gomma sia commestibile.

Fortuna ha voluto che la scelta cadesse su Mamma Bette, a Copacabana. E qui bisogna fermarsi e togliersi il cappello. Perché la pizza era… buona. Ma buona davvero. Di quelle che ti riconciliano col mondo e ti fanno venire voglia di cantare “’O sole mio” anche se stai in Avenida Atlântica. La serata è filata liscia: pizza eccellente, risate autentiche, ospiti soddisfatti e quel senso di calore che solo una tavola ben apparecchiata,  e ben popolata, sa dare.

E così Mamma Bette diventa, ufficialmente, porto sicuro della diaspora italiana in cerca di pizza degna, luogo di rimpatriate, consolazioni, serate piene di chiacchiere e niente amaro in bocca (tranne il digestivo, quando ci vuole).

Tornando all’amicizia, la dottoressa Patrícia, ancora raggiante,  ha confessato che la vita è molto più allegra quando hai un amico con cui fare due passi, scambiare due confidenze o condividere una pizza fatta come si deve. Perché la ricetta della felicità, in fondo, non è complicata: basta una buona compagnia, un luogo sincero… e una pizza che non tradisca la patria.

E se proprio vogliamo dirla alla Montanelli: l’amicizia è come la pizza buona. Se la trovi, tienitela stretta. Perché non capita tutti i giorni, e quando capita… fa un gran bene allo spirito.

Giuseppe Arnò

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