La nave ombra del buon senso

Dalla guerra ai simboli del Natale agli imam fai-da-te, passando per attivisti in cerca di palcoscenico e grazie presidenziali: cronache di una società che spegne le luci e poi si stupisce del buio.

 

 

C’è una bella metafora che gira in questi tempi confusi: la società senza fede come una nave ombra. Quelle che solcano i mari con il petrolio nascosto, eludono le regole, non battono bandiera e non rispondono a nessuno. Navigano, sì, ma nell’oscurità. Così fanno le società quando smarriscono i simboli: non affondano subito, ma perdono l’anima. E quando l’anima se ne va, resta il qualunquismo, che è un mare piatto solo in apparenza.

In Italia questa navigazione al buio è ormai pratica diffusa. Ogni dicembre, puntuale come l’influenza, riesplode la polemica sui simboli cristiani. Crocifissi da togliere, presepi da archiviare, auguri da sterilizzare. A Cremona, per esempio, si è pensato bene di abolire il “Buon Natale” perché non inclusivo. Testi neutri per bambini di sette anni, come se la neutralità fosse una vitamina e non un anestetico. La secolarizzazione passa ormai dal presepe: prima si toglie la capanna, poi ci si chiede perché la piazza è vuota.

Cancellare i simboli, però, non rende la società più moderna. La rende più povera, più fragile, più manipolabile. Una comunità senza memoria è come un esercito senza divisa: obbedisce a chiunque alzi la voce. Difendere l’Avvento non è un atto di integralismo, ma di igiene civile. Augurarsi buon Natale non offende nessuno: semmai consola qualcuno e ricorda a tutti da dove veniamo.

Nel frattempo, mentre il cristianesimo viene ridotto a folklore fastidioso, sull’altro fronte regna il caos. L’Islam in Italia non è riconosciuto e il risultato è un far west teologico: chiunque può aprire un garage e proclamarsi imam. Lo dice senza giri di parole Wael Farouq: così si favoriscono gli estremisti e si zittisce la maggioranza silenziosa dei musulmani normali. Il problema non è difendersi dai musulmani, ma difendere i musulmani italiani dall’Islam politico. Ma per farlo servirebbe ciò che oggi manca di più: chiarezza, responsabilità, coraggio istituzionale.

Non mancano poi le scene da Travaso delle idee: non quello geniale degli anni Cinquanta, ma la sua caricatura contemporanea. Come la protesta proPal contro la Guardia Costiera, colpevole d’aver scortato la fiamma olimpica. La satira, un tempo, si disegnava; oggi si improvvisa.
Qualche nota lieta, per carità, resiste: cinque grazie concesse dal presidente Mattarella, gesto antico e silenzioso in tempi di urla. E qualche massima che suona come uno schiaffo salutare. Tommaso Cerno osserva che se a tredici anni si può cambiare sesso, forse l’Italia ha urgente bisogno di una riforma del cervello. Cruda, ma efficace.

E poi la vecchia sentenza latina che non invecchia mai: Si vis pacem, para bellum. Meloni la traduce in prosa governativa: eserciti forti evitano le guerre. Può non piacere, ma la storia, quella vera, non quella riscritta nei laboratori woke, le dà spesso ragione.

Così navighiamo, tra simboli rimossi, parole disinnescate e idee fai-da-te. Una nave senza bandiera, convinta che spegnendo le luci si evitino le tempeste. Ma il mare non perdona l’ipocrisia: chi rinuncia alla propria identità per non disturbare nessuno, alla fine disturba solo se stesso. E scopre, troppo tardi, che nell’ombra non si diventa più giusti: si diventa solo invisibili.

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