Fare cultura parlando di vini

Eliseo Santoro, rappresentante di quell’artigianato del vino che non morirà mai La Campania del vino cresce mantenendo l’autenticità come tratto distintivo delle sue produzioni x x Tempi di alti e bassi per il vino. C’è chi vorrebbe condannarne in toto il consumo demonizzandolo, e chi vorrebbe ridurlo a una bevanda alcolica di tutt’altra natura. Fortunatamente però al di fuori dei grandi salotti e delle grandi piazze, l’essenza vitivinicola italiana sopravvive nella differenziazione delle sue dimensioni territoriali locali, capaci di sfuggire all’omologazione.   Il merito sta nella capacità di traghettare ai giorni nostri i saperi e le esperienze maturate da generazioni di viticoltori, portate nel quotidiano da quanti con il loro lavoro sanno mantenerne attuali i valori, senza stravolgerli al servizio dell’innovazione tecnologica. Questi Artigiani del vino senza preoccuparsi più di tanto delle “luci della ribalta” hanno il grandissimo merito di salvaguardare l’essenza e i contenuti di un mondo vitivinicolo senza svenderli al mondo dei social nella ricerca di un facile “WOW” costruito a tavolino.  Bene male di queste personalità enoiche ogni territorio ha la fortuna di averne più di uno, come Paternopoli nel cuore dell’Irpinia dove il livello qualitativo almeno dell’ultimo decennio si è alzata a livello esponenziale. È qui che Eliseo Santoro fedele a sé stesso e alla sua idea di vino da ormai trent’anni, porta avanti la sua Azienda insieme alla moglie Ivana. La sua produzione non insegue le tendenze di mercato, ma punta a rappresentare l’unicità del territorio irpino attraverso la coltivazione dei suoi autoctoni, quali Aglianico, Falanghina e Coda di Volpe, utilizzando metodi di coltivazione sostenibili e rispettosi per l’ambiente.  Il suo lavoro è rivolto ad un pubblico di nicchia, capace di apprezzare queste prerogative. Una storia che ha inizio nel 1933 con Angelo Michele Santoro bisnonno di Eliseo, che tra le difficoltà del mondo contadino del tempo fatte di fatica, lavoro e sacrificio, arriva fino ai giorni nostri attraverso Eliseo, in vigna sin dall’infanzia e che già in giovane età assume la conduzione dei vigneti. Il suo lavoro, la sua passione e il suo “Credo” è tutto nella parole che abbiamo avuto la fortuna di raccogliere direttamente da lui: Dall’infanzia fino ad oggi come habitat naturale, cosa rappresenta oggi per lei stare in mezzo ai filari? Sono stato portato in vigna da mia madre fin dai primi mesi di vita per necessità, era lei all’epoca a prendersene cura ed io ero custodito in un cesto all’ombra degli alberi da frutto (pero, melo, ciliegio, ulivo, albicocca, prugne),tra cui anche gli olmi. Crescendo è nata la passione per i vigneti e successivamente per i mezzi per la lavorazione degli stessi. Oggi per me stare in mezzo ai filari rappresenta libertà di esprimere un vero e proprio sentimento di vero rispetto verso le piante e il frutto che portano. È nata una vera e propria empatia con il nostro territorio. Tracciando un bilancio alla soglia di questi trent’anni di attività insieme a sua moglie Ivana, quali sono i tratti più importanti della sua-vostra esperienza di viticoltori? Insieme abbiamo preso consapevolezza delle difficoltà che ci possono essere nella conduzione dell’azienda vitivinicola nel rispetto del territorio e del consumatore finale. Mia moglie ha acquisito passione per la viticoltura e compassione per il viticultore, nella lotta condotta anno dopo anno per portare a termine il raccolto affrontando le tante problematiche legate alle stagionalità che cambiano di anno in anno. Quello di Paternopoli, nel cuore dell’Irpinia è un territorio ad altissima vocazione vitivinicola, qual è la sua ricetta per permettere ai vini di esprimere tutta la sua qualità? Si è vero, l’Irpinia è una bella terra e Paternopoli è sì un territorio ad alta vocazione vitivinicola e noi ci riteniamo fieri di farne parte, per valorizzare il nostro territorio abbiamo scelto di produrre vini identitari. La nostra azienda è condotta in regime biologico, selezioniamo i grappoli sin dai primi germogli ed effettuiamo concimazione organica misto a sovescio a file alterne, per il restante dei filari, pratichiamo solo inerbimento spontaneo, pratichiamo nel corso dell’anno nei nostri vigneti diserbo meccanico. Lavoriamo con passione i nostri vigneti tutto l’anno e ce la mettiamo tutta per portare in cantina un raccolto selezionato di eccellente qualità, questo ci permette di produrre vini artigianali senza compromessi con fermentazione spontanea, non chiarificati e non filtrati, senza alcuna alterazione chimica. I nostri vini, sia bianchi che rossi sono prodotti con le nostre uve biologiche raccolte a mano pigioderaspate e fermentate con bucce. In epoca a di progresso tecnologico cosa significa produrre un vino artigianale? Certamente non è una strada semplice, in un’epoca di consumismo ed industrializzazione è quasi un navigare controcorrente ma a noi le cose semplici ci annoiano e preferiamo distinguerci sul mercato. Nella realtà condurre un’azienda a filiera chiusa, toccare con mano ogni singola pianta in ogni sua fase vegetativa, ascoltare il sound della natura e inebriarsi dei profumi dell’odore della Terra, dei fiori di campo, dell’erba dei grappoli di uva in fioritura continuando con l’odore dell’uva pigiata, le mani sporche di mosto, il ribollire dei tini, l’odore del mosto in fermentazione, la pressatura con il torchio, il maneggiare le vinacce e assaporare e vivere la trasformazione del mosto in vino in tutte le sue fasi di affinamento fino alla bottiglia e successivamente al calice, non ha prezzo. Quali sono i tratti distintivi a cui proprio non può rinunciare nella produzione di un suo vino? I tratti distintivi ai quali non posso proprio rinunciare per produrre un vino identitario non riproducibile è la fermentazione spontanea con i lieviti indigeni. In base ai nuovi modelli di consumo e contestualizzazione del vino come sarà il vino del futuro? Dal mio punto di vista e per la mia esperienza credo che il consumatore appassionato abbia sempre più consapevolezza di quello di cosa beve ricercando prodotti che rispecchino i suoi gusti. Alla fine è sempre il consumatore finale a decidere, che sia una decisione personale o indotta dal consumismo. Ed è quello che fa e farà la differenza su come sarà la maggior parte del vino del futuro.  L’impiego dei vitigni autoctoni per

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Spaghettata di mezzanotte: il vero segreto della felicità nazionale

Altro che psicoanalisi: in Italia basta una padella, un filo d’olio e tre amici affamati. a a C’è chi cerca l’illuminazione in Tibet e chi la trova davanti a un piatto di spaghetti fumanti. Noi italiani apparteniamo, fortunatamente, alla seconda categoria. Federico Fellini, che di umanità se ne intendeva, diceva che la vita è una combinazione di pasta e magia. Aveva ragione: la pasta è la nostra religione laica, il rito collettivo che unisce santi, navigatori e impiegati postali. E poi c’è lei: la spaghettata di mezzanotte, la più sincera delle funzioni liturgiche. Nasce da un “dai, buttiamo giù qualcosa” e finisce in epifania. È il comfort food del popolo: democratica, economica, terapeutica. In dieci minuti restituisce senso alla giornata e dignità all’anima. Durante il World Pasta Day ci hanno ricordato che siamo i primi al mondo per produzione e consumo. Notizia sensazionale, certo, come dire che i francesi bevono vino e gli inglesi non sanno cucinare. Il nostro primato è scritto nel DNA: provate a togliere la pasta a un italiano e otterrete una sommossa più seria di qualsiasi riforma fiscale. Gli esperti di nutrizione, dopo anni di guerre ideologiche, hanno finalmente deposto le armi: la pasta non ingrassa, non ruba il sonno e, se ben condita, migliora perfino l’umore. Secondo gli ultimi sondaggi, l’80% degli italiani non vuole nemmeno sentir parlare di rinunciarvi. Il restante 20%, probabilmente, è ancora intrappolato in qualche dieta nordica a base di semi e tristezza. E allora eccola, la pasta aglio, olio e peperoncino: l’eroina delle notti insonni, l’amica dei cronotipi serotini e dei poeti in cerca d’ispirazione. Tre ingredienti, dieci minuti, e un risultato che nessuna psicoterapia potrà mai eguagliare. Perché, in fondo, la nostra forza sta tutta lì: in un piatto che non ha bisogno di traduzioni, né di pretese. Quando nel silenzio della notte sfrigola l’olio e il profumo del peperoncino si diffonde in cucina, l’Italia, quella vera, è ancora sveglia. E felice. E guai a chi osa toccare la spaghettata: non è un piatto, è un’identità. E forse, l’unica cosa che ci tiene ancora uniti. di Redazione

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Patrioti o pecoroni?

Dopo 62 anni addio agli autogrill: dal caffè bollente al panino gommoso, presto tutto “formato europeo” C’è chi difende la patria con spada e scudo, e chi con un caffè ristretto servito in bilico sull’Autostrada del Sole. Gli italiani, si sa, hanno fatto scuola al mondo intero: non solo nella moda o nell’arte, ma anche nella sacra liturgia della sosta autostradale. Un panino un po’ stanco, una cotoletta sventurata e un espresso che nemmeno a Napoli… eppure era nostro. Ora però ci stanno spogliando di tutto. A breve ci resterà solo l’anima, e non è detto che sia in buone condizioni. La notizia è fresca: gli autogrill – gioia di camionisti insonni, famiglie in vacanza e turisti in pellegrinaggio verso la vera Italia – verranno smantellati, o peggio “riformati”. Naturalmente per uniformarli all’europeissimo e malinconico standard da aeroporto low-cost. Addio carattere, addio stile di vita: benvenuta insalata pronta in plastica biodegradabile. Il tutto nasce dall’accordo tra Autogrill e il colosso svizzero Dufry. Nella nuova governance, Alessandro Benetton diventa Presidente Onorario (perché un Benetton in autostrada non si nega mai a nessuno), mentre Gianmaria Tondato da Ruos guiderà le attività in Nord America. L’obiettivo dichiarato? “Uniformare la gestione e l’offerta”. Tradotto: fare in modo che il caffè sappia di niente, ovunque tu sia. Ma non è che questa voglia di standardizzare rientri nel grande progetto di “impecorimento” dei popoli a vantaggio dei soliti noti pastori? Un giorno ci tolgono il bidet, il giorno dopo l’autogrill… e noi zitti a brucare. Forse sarebbe il caso che qualcuno al governo si svegliasse, Presidente Meloni inclusa: se ci sfilano un pezzo alla volta del nostro stile di vita, con che coraggio potremo ancora dirci patrioti? Attacchi pure la spina, Presidente: qui rischiamo di restare a secco persino di caffè. Giuseppe Arnò

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Festa e giubileo del motociclista: un vescovo e una suora biker

   Festa e giubileo del motociclista: un vescovo biker e una suora biker (in prima linea contro la violenza sulle donne) guideranno centinaia di centauri in una gara di solidarietà.   Domenica 15 giugno 2025 centinaia di motociclisti da varie parti d’Italia arriveranno al santuario di san Gabriele per la festa e il giubileo del motociclista, in una gara di solidarietà per le donne vittime di violenza e per le missioni passioniste nel mondo. E in testa a tutti ci sarà il vescovo passionista Giulio Mencuccini, 79 anni, originario di Fossacesia (CH), già missionario in Indonesia per quasi cinquant’anni e ora vescovo emerito della diocesi di Sanggau (Borneo occidentale). Quest’anno insieme a lui alla guida del corteo ci sarà anche una suora passionista biker, suor Giulia Leone, 44 anni, originaria di Marcellinara (CZ), fin da giovane grande appassionata di motori, che spesso sfrecciava a bordo della sua rombante Ducati rossa e grigia. A 30 anni stupì tutti e fece una scelta estrema. Lasciò il lavoro di tecnico della Telecom, si sfilò il casco, prese il velo e diventò suor Giulia tra le suore passioniste di San Paolo della croce a Signa (FI). Oggi suor Giulia utilizza ancora la moto, ma per un obiettivo che è la sua ragione di vita: combattere le violenze sulle donne e ridare alle vittime l’opportunità di una nuova vita normale e tranquilla lontano da umiliazioni, orrori e angherie. Lei le protegge, le accoglie, le ascolta e le sostiene fino a far ritrovare loro dignità, autonomia e serenità. Dice di sé: “Sono in missione per conto di Dio contro la violenza sulle donne”. Il programma della festa del motociclista prevede l’arrivo dei partecipanti al santuario alle ore 9.30, quindi un giro turistico con sosta presso l’abbazia di S. Maria di Ronzano di Castel Castagna (TE), dove ci sarà il saluto del sindaco di Castel Castagna, avvocato Rosanna De Antoniis. I motociclisti torneranno al santuario, dove alle ore 12 monsignor Mencuccini celebrerà la santa messa. Seguiranno la preghiera per il giubileo, la benedizione dei motociclisti e una preghiera speciale per tutti i motociclisti che hanno lasciato la vita sull’asfalto. SANTUARIO DI SAN GABRIELE 64045 S. GABRIELE (TE)   tel. 3484755206 – 0861 97721 e-mail: [email protected] internet: www.sangabriele.org           UFFICIO  STAMPA responsabile: VINCENZO FABRI                                                                                                                                                         cel. 348 4755206 e-mail: [email protected]  

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Fare cultura parlando di vini

Il nuovo corso di Castello del Terriccio a “Vino e Arte che Passione”     Quattro chiacchiere con Vittorio Piozzo di Rosignano su una delle tenute più belle dell’alta Maremma Toscana Anche quest’anno si è svolta “Vino e Arte che Passione” manifestazione di Ciro Formisano e Antonio Pocchiari, giunta al nono anno e ancora una volta negli splendidi giardini del Casino dell’Aurora Pallavicini, di fronte al complesso delle scuderie del Quirinale. Come consuetudine vuole, alto il livello qualitativo delle Aziende presenti sui banchi d’assaggio. In degustazione tra queste anche Castello del Terriccio, grandissima e storica Azienda Agricola Toscana dal fascino antico come il nome che porta, quello del castello Medievale di Doglia detto appunto del Terriccio. Un luogo di straordinaria bellezza rurale sospeso nel tempo La vita moderna di Castello del Terriccio inizia con i Marchesi Serafini Ferri proprietari a partire dalla prima metà del ‘900, che modellano la tenuta su un profilo abbastanza vicino a quello attuale. Fino agli anni Settanta avvalendosi di 63 famiglie mezzadrili che risiedono in un borgo all’interno della tenuta, la proprietà sviluppa una grande produzione cerealicola toccando il record europeo di produzione del granturco in secondo raccolto. L’avventura del vino inizia con Gian Annibale Rossi di Medelana che eredita l’azienda nel 1975. Nella scelta dei vitigni da mettere a dimora c’è tutto il profilo internazionale della sua visione. Inizia con i vitigni a bacca bianca Chardonnay e Sauvignon Blanc, ma sono quelli a bacca nera Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Merlot, a trovare le condizioni per esprimersi ad altissimo livello, poi seguiti anche da quote minori di Syrah e Petit Verdot. Il Tassinaia getta le premesse per quello che sarà il vino più iconico dell’Azienda, Il Lupicaia a cui in breve tempo seguirà Castello del Terriccio, cavalli di razza di una produzione d’eccellenza che rimarrà costante nel tempo. Con la scomparsa del Cavalier Gian Annibale nel 2019 la proprietà è guidata dal suo unico nipote Vittorio Piozzo di Rosignano Rossi di Medelana. Discendente della grande nobiltà latifondista italiana protagonista della società agricola dei secoli scorsi, dal mondo della finanza passa a dedicarsi pienamente alla gestione delle attività agricole di famiglia. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo durante la manifestazione: Lei rappresenta la nuova era di Castello del Terriccio Sono cinque anni che purtroppo mio zio è mancato e quindi me ne occupo io e porto avanti il suo progetto Faceva già parte del mondo del vino oppure è una novità per lei? Ero certamente un appassionato ma non un addetto ai lavori. Ma quindi è una cosa che le è piovuta addosso all’improvviso oppure l’ha considerata come una bella opportunità per fare qualcosa di diverso da quello che era il suo ambito professionale? La proprietà è di famiglia da oltre un secolo è mio zio Gian Annibale nei primi anni ’80 ha voluto aggiungere un “indirizzo” alle altre attività dedicandosi alla produzione di vini di alta qualità. L’Azienda è comunque molto grande e si sviluppa su 1500 ettari in un corpo unico, con circa 750 di bosco, 65 ettari di vigneto e 40 ettari di oliveto, poi c’è del seminativo e 200 ettari dove pascolano brade due pregiate mandrie di limousine, insomma, c’è tanto da fare. Cosa cambia dall’essere semplicemente un appassionato di vini a trovarsi al timone di una produzione di qualità con il compito di garantire gli elevati standard qualitativi raggiunti?  È un grandissimo onore e insieme un grande onere, ma è una sfida che ho raccolto volentieri perché come dicevo il Terriccio è una proprietà della famiglia da cento anni. Poi proseguire questo grande progetto a cui mio zio si è dedicato con passione e che, nonostante non fosse più in grado di deambulare autonomamente è riuscito a portare avanti, è appunto un onore. Per omaggiarlo abbiamo creato un vino dedicato a lui che si chiama Gian Annibale. Questa è un’Azienda che per caratteristiche potrebbe andare avanti da sola, sulla sua storia e sul suo nome, però andando incontro al futuro prevedi qualche innovazione oppure qualche progetto nuovo? Stiamo ripristinando il borgo, le strutture e i casali abbandonati dove fino agli anni 70 vivevano e lavoravano 500 persone. Si cerca così di recuperare quel patrimonio storico, culturale, rurale che altrimenti sarebbe stato perduto. Da quando sono alla guida del Terriccio abbiamo quindi intrapreso questa opera di recupero, sviluppando nuovi progetti come il ristorante affidato allo Chef Cristiano Tomei e alla sua idea di cucina, che utilizza i prodotti del nostro bosco, le erbe spontanee e il nostro olio, oltre che quelli coltivati nei nostri orti e la cacciagione, proveniente dalle attività necessarie di contenimento nella nostra riserva di caccia. Quindi attività legate all’ospitalità, è un ulteriore sviluppo o una novità assoluta per voi? Sono attività che stiamo sviluppando ora e in cui crediamo molto, di cui fa parte anche una villa all’interno della tenuta, che affittiamo come casa vacanze. Abbiamo poi creato un laboratorio di panificazione recuperando il vecchio forno a legna, e naturalmente a queste si aggiungono le visite e le degustazioni in cantina. Qual è il vostro approccio alla sostenibilità, ormai premessa d’obbligo parlando di vini? Andando oltre i limiti del Biologico e delle certificazioni, qual è la vostra visione e il vostro impegno verso la sostenibilità?   Allora, noi già l’azienda è facilmente sostenibile perché si compone anche di 750 ettari di bosco, quindi credo che già quello dia un grande contributo alle attività. Dal punto di vista energetico abbiamo ampliato l’impiego di energie rinnovabili, mettendo dei pannelli fotovoltaici sui tetti dei Casali per produrre in autonomia l’energia elettrica che ci serve.  In vigna invece adottiamo le tecniche necessarie per minimizzare l’impatto ambientale. Si fanno semine mirate a file intercalari per apportare sostanze organiche attraverso il sovescio, poi si fa lotta integrata ormonale guidata, per assicurare la qualità delle produzioni garantendo contemporaneamente l’integrità dell’ecosistema nel vigneto intervenendo il meno possibile. In degustazione c’era Lupicaia 2018, vino di grande complessità ed eleganza tratti distintivi di tutti i vini di Castello del Terriccio. Intorno al frutto gustoso e intenso,

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GARANTE DELLA CONCORRENZA E DEL MERCATO RICONOSCE COVALPA ABRUZZO CAMPIONE DI LEGALITÀ

COVALPA ABRUZZO CAMPIONE DI LEGALITÀ Il Garante della Concorrenza e del Mercato attribuisce all’Associazione marsicana il punteggio massimo Celano, 10 marzo 2025 – Nell’adunanza del 4 marzo scorso l’AGCM-Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha conferito all’Associazione COVALPA ABRUZZO il Rating di legalità con il punteggio massimo conseguibile di tre stelle. Si tratta di un importante strumento di premialità riconosciuto alle imprese che operano secondo i principi di legalità, trasparenza e responsabilità sociale, ed è subordinato alla capacità dell’azienda di dimostrare il rispetto di una serie di requisiti, sia normativi che volontari, e che pone l’azienda ai vertici nell’apposito elenco nazionale (https://www.agcm.it/competenze/rating-di-legalita/elenco-rating).     Questo risultato fa parte di un ambizioso percorso di ammodernamento e sviluppo aziendale che mira a rendere la filiera COVALPA sempre più importante e competitiva a livello nazionale ed europeo. In questo percorso si colloca anche la recente realizzazione del nuovo Centro di stoccaggio e confezionamento nell’area dell’ex zuccherificio, esempio di rigenerazione urbanistica. Si prevede una produzione di surgelati che ad oggi supera 40mila tonnellate e lo stoccaggio di circa 10mila tonnellate. L’obiettivo, giunto al termine di una lunga e complessa serie di adempimenti, ultimati con l’adozione del ‘Modello di Organizzazione e Gestione’ di cui al d.lgs. 231/01, è stato fortemente voluto dalla Presidente Antonella Angelucci e dal Direttore Sante Del Corvo che da 35 anni guida con successo il Covalpa, divenuta l’emblema dell’evoluzione e dell’enorme potenzialità del Fucino nel settore degli ortaggi. Un lavoro di squadra guidato dal Direttore di stabilimento, Ing. Gianluca Del Corvo, che cura l’ampliamento della capacità produttiva, con il Dottor Antonio Del Corvo, responsabile progetti di investimento del Covalpa, che coordina i progetti di investimento destinati a fare di Covalpa Abruzzo uno dei principali poli italiani ed europei della surgelazione degli ortaggi con ricadute positive sull’agricoltura e sull’intera economia del Fucino, con il Direttore amministrativo Costanzo Fellini, con la legal specialist, Simona Napoleone ed i professionisti esterni come l’avv. Pietro Chichiarelli, Organismo di Vigilanza ex d.lgs. 231/01 e responsabile del Whistlebowing aziendale. La dirigenza COVALPA promuove da sempre comportamenti virtuosi volti al rispetto della normativa vigente e della conformità legale in vari ambiti e per questo ringrazia di cuore tutti i dipendenti che hanno contribuito al raggiungimento dell’importate successo.                    Direttore generale                                    Presidente Sante Del Corvo                              Antonella Angelucci   Fonte: Goffredo Palmerini

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La Rivoluzione del Digiuno: Un Viaggio al Cuore del Benessere con Buchinger Wilhelmi

La clinica Buchinger Wilhelmi, un’oasi di pace e benessere Immaginate un luogo dove il tempo rallenta e ogni momento diventa un’opportunità per ritrovare se stessi. Questa è l’esperienza offerta dalla clinica Buchinger Wilhelmi, un’oasi di pace e benessere affacciata sul lago di Costanza, dove il digiuno diventa un vero stile di vita. Fondata nel 1953 da Otto Buchinger, medico tedesco che scoprì il potere rigenerante del digiuno dopo aver superato una grave poliartrite reumatoide, la clinica ha sviluppato un approccio unico: combinare il digiuno terapeutico con un ambiente lussuoso e un’assistenza medica d’eccellenza. Un’esperienza trasformativa Dieci giorni di soggiorno presso Buchinger Wilhelmi promettono molto più che la perdita di peso (fino a 6 kg): si tratta di un percorso di rinascita per corpo e mente. La routine quotidiana, semplice ma rigorosa, alterna sessioni di yoga, meditazione e trekking a momenti di introspezione e benessere. Gli ospiti, provenienti da tutto il mondo, sono accompagnati da un team di medici, infermieri e terapisti in un viaggio verso la rigenerazione fisica e mentale. Per sei giorni, il corpo si disintossica grazie a un digiuno liquido fatto di tè, succhi e brodi vegetali, mentre l’acqua e le tisane scorrono abbondanti. Questo regime stimola l’autofagia, un processo cellulare che elimina le tossine, migliora la mobilità e rallenta i processi infiammatori. Il segreto della longevità Il metodo Buchinger è stato supportato da studi scientifici che dimostrano come il digiuno terapeutico riduca lo stress ossidativo e i rischi di malattie croniche come demenza e patologie cardiovascolari. Non è solo una questione di dimagrire, ma di rigenerarsi a livello cellulare, allontanando i segni dell’invecchiamento. Più di un trattamento: uno stile di vita Oltre ai benefici fisici, il soggiorno presso Buchinger Wilhelmi offre una rara opportunità di introspezione. Tra impacchi caldi al fegato, sessioni di life coaching e terapie olistiche come il Chi nei Tsang e la riflessologia, gli ospiti trovano il tempo per riflettere e ricalibrare le proprie priorità. Per chi cerca un cambiamento più lungo, la clinica propone programmi estesi fino a 28 giorni. L’obiettivo? Creare una routine che non solo ristrutturi il corpo, ma cambi il rapporto con il cibo e con la propria vita. Un futuro in salute Il digiuno, in tutte le sue forme, sta guadagnando popolarità anche grazie al metodo intermittente, che alterna momenti di alimentazione a periodi di digiuno. Studi recenti confermano che questa pratica aiuta a perdere peso, mantenere la massa muscolare e prevenire malattie croniche. Che si scelga il digiuno terapeutico intensivo di Buchinger Wilhelmi o un approccio più semplice come il metodo 16/8, il messaggio è chiaro: prendersi cura di sé significa trovare il tempo e lo spazio per rigenerarsi, non solo fisicamente, ma anche mentalmente e spiritualmente. In un mondo sempre più frenetico, Buchinger Wilhelmi ci ricorda l’importanza di fermarsi, respirare e riscoprire il potere della semplicità. Il digiuno non è una privazione, ma un invito al benessere. Articoli correlati: https://blog.ilgiornale.it/viaggiopervoi/2024/12/29/buchinger-wilhelmi-il-digiuno-come-stile-di-vita/?_gl=1%2A1ugoqre%2A_ga%2AMTg3ODczMzM2MC4xNzIzODM2OTY3%2A_ga_ENZ2GEXW4Y%2AMTczNTUwNTIwOC41My4xLjE3MzU1MDU3MTcuMC4wLjA.

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Reggio Calabria ultima? Forse nelle statistiche, mai nel cuore

Ah, dunque Reggio Calabria sarebbe “l’ultima” città dove vivere in Italia? Interessante prospettiva. Certo, perché chiunque non vorrebbe scambiare una passeggiata sul Lungomare Falcomatà – definito da D’Annunzio “il più bel chilometro d’Italia” – per un giro in tangenziale tra smog e clacson, no? E i Bronzi di Riace? Quelle due icone di perfezione artistica e storica che il mondo ci invidia? Evidentemente, secondo il Sole 24 Ore, sono solo un dettaglio. Parliamo del cibo? Mi scusi, ma qualcuno ha mai assaggiato la sardella, le melanzane ripiene, i cudduraci, o anche solo un vero piatto di pasta alla ‘nduja? Oppure preferiscono un’insalatina “light” del Nord? E non dimentichiamo il panorama: guardare il tramonto sullo stretto, con la magia della Fata Morgana che riflette la Sicilia come un miraggio, è un’esperienza che non può certo essere pesata col metro della “media dei depositi bancari”. Suvvia, signori della statistica, non sarà che avete considerato i numeri, ma vi siete persi l’anima? Perché, vedano, la qualità della vita non si misura solo con ISEE e PIL, ma con la capacità di svegliarsi ogni mattina davanti al mare, di sentire il profumo del bergamotto nell’aria, di vivere in una terra dove l’ospitalità non è una parola vuota, ma una regola di vita. Reggio Calabria “ultima”? Sarà, ma il suo spirito è ben più vivo e vibrante di molte città che forse primeggiano nei grafici ma non nel cuore. Venite a vivere davvero qui, poi ne riparliamo.

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L’arte di non scegliere: guida pratica al lamento eterno

Ah, il vecchio adagio “tutti i politici sono uguali”, una filosofia di vita che si sposa perfettamente con l’arte di lamentarsi senza mai muovere un dito. Certo, perché prendere parte alla politica, anche solo con un voto, sarebbe troppo impegnativo. Meglio stare alla finestra, braccia conserte, scuotendo la testa e commentando con aria saccente: “Tanto non cambia niente”. Dopotutto, perché mai interessarsi? Vuoi mettere la soddisfazione di dire “ve l’avevo detto” ogni volta che qualcosa va storto? Partecipare significherebbe sporcarsi le mani, magari anche assumersi un minimo di responsabilità, e chi ne ha voglia? È molto più comodo dire che il sistema è irrimediabilmente corrotto e lasciare che altri decidano. E se le cose peggiorano? Meglio ancora, così ci si può lamentare di più. E poi, vuoi mettere la coerenza? Non votare e poi lamentarsi della classe politica è un’arte che pochi sanno padroneggiare con tale maestria. Chi critica i politici e il sistema senza far nulla per cambiarlo è, in fondo, un vero esteta dell’inazione. Ma attenzione: non sono qualunquisti! Loro hanno capito tutto. E tu, che magari vai a votare sperando in un cambiamento? Ingenuo, povero illuso. Alla fine, forse hanno ragione loro: tanto non cambia mai nulla… tranne il prezzo della benzina, le tasse, i servizi pubblici, i diritti civili, le pensioni, la sanità. Ma sai com’è, sono dettagli. Redazione

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La donna più longeva d´Italia

Ha 114 anni ed è in perfetta salute: chi è Claudia Baccarini, la donna più longeva d’Italia La donna più longeva d’Italia abita a Faenza e ha da poco spento 114 candeline. Si chiama Claudia Baccarini ed ha anche una pagina Wikipedia. Il suo “record” è stato certificato dall’Istat. Tra i tanti record del nostro Paese ce n’è uno che ci rende particolarmente orgogliosi, quello raggiunto da Claudia Baccarini, che tutti chiamano “Nonna Claudia”. Ha raggiunto l’età di 114 anni ed è la donna più anziana d’Italia certificata anche dall’Istat. La figlia ha 90 anni L’arzilla nonna di Faenza (Ravenna) è anche la terza più longeva d’Europa, e fra le prime dieci persone più vecchie del mondo tanto da avere una sua pagina anche su Wikipedia. “I miei 114 anni? Non li conto più… A dire il vero mi impressiona più che mia figlia ne stia per compiere 90”, ha raccontato lucidissima in un’intervista a Repubblica. 114 candeline Il record lo ha raggiunto lo scorso 13 ottobre quando circondata da da nipoti e pronipoti – con cui la differenza d’età arriva anche a 100 anni – ha spento le 114 candeline. A chi le chiede come si spiega questo traguardo la “nonna” risponde senza esitazione: “Il Signore mi vuole lasciar qui, forse si sarà dimenticato di me…”. Ora si appresta anche a conoscere il nuovo medico, il suo è già andato in pensione da tempo, ma grazie alla buona salute di cui gode, non c’è stato bisogno di sapere chi lo ha sostituito. Chi è nonna Claudia Una vita certamente non semplice come quella di tante donne che passavano le giornate dietro alla famiglia e ai tanti figli messi al mondo. La signora Claudia è arrivata a ben 10, nati tra il 1935 e il 1953 e avuti dal marito Pietro Baldi, un imprenditore agricolo scomparso nel 1998, che è stato anche sindaco di Faenza negli anni ’50. Sicuramente i tempi erano altri, i figli venivano allevati con poco, ma 10 non sono certo uno scherzo neanche per l’epoca quando le comodità moderne erano inesistenti. Nonostante questo ha sempre trovato spazio per le sue grandi passioni come quella del ricamo che l’ha vista realizzare dei veri e propri capolavori. E ancora fare la maglia, passione che ha portato avanti fino a sei mesi fa. Poi purtroppo la vista si è abbassata e ha dovuto rinunciare alla sua amata lana. Musica, libri e settimana enigmistica Ma la signora non si è certo limitata alle sole attività manuali, passioni che le nostre nonne sapevano eseguire alla perfezione: “Mamma ama i libri e la settimana enigmistica, oltre che per il pianoforte – racconta il figlio Francesco – Ancora adesso ogni tanto lo suona, ricorda alcuni motivi. Ascolta volentieri Mozart e Beethoven, la musica le fa compagnia. È stata a lungo impegnata nel volontariato ed è andata sempre a messa; ora che ha difficoltà a uscire di casa recita il rosario alla tv”. Amante della buona tavola Claudia è anche una “buona forchetta” e nonostante l’età non rinuncia ai piaceri della tavola: “Adora i cappelletti romagnoli e anche i dolci.-aggiunge il figlio – Ma niente fumo, vino e caffè, preferisce invece il tè”. Sarà forse questo il segreto della sua longevità? La casa rovinata dall’alluvione Tanti anni di vita le hanno fatto vivere grandi gioie ma anche molti dolori, ma quello che ha visto appena un anno fa è stata una cosa che in tutta la sua vita non le era mai accaduta. L’alluvione aveva danneggiato il primo piano della sua abitazione dove abita ancora oggi da sola con alcune assistenti. Guardando la quantità d’acqua dalla finestra del primo piano ha detto: “In tutti questi anni di vita, non avevo mai visto uscire il fiume”. Foto: Faenzanet (Facebook) Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/attualit/claudia-baccarini-nonna-pi-longeva-ditalia-ha-114-anni-2393128.html

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