Non basta una poltrona in banca per diventare marionetta della finanza

Se fosse così, Mario Draghi avrebbe governato per conto di Goldman Sachs: invece ha guidato l’Italia da indipendente. Capisco l’osservazione del lettore che collega Friedrich Merz a BlackRock. Tuttavia, occorre distinguere: se un politico ha lavorato in grandi istituzioni finanziarie, ciò non lo rende automaticamente il “braccio” di quelle realtà in politica. Confondere l’esperienza passata con la subordinazione permanente rischia di ridurre l’analisi a slogan complottisti. L’idea che Friedrich Merz sia “l’uomo di BlackRock” ricorda un vecchio vizio: ridurre la politica a una sceneggiata di burattini e burattinai. Certo, Merz ha avuto incarichi di peso in finanza, come altri prima di lui, ma da qui a dire che sieda al Bundestag con le istruzioni del capo ufficio è un salto logico degno di una spiritosaggine.Prendiamo un esempio di casa nostra: Mario Draghi. Curriculum da manuale del “grande complotto internazionale”;  Banca d’Italia, BCE, Goldman Sachs. Eppure, quando ha guidato l’Italia, non ha telefonato ogni mattina a Wall Street per chiedere cosa cucinare a Palazzo Chigi. Ha fatto politica da indipendente, spesso prendendo decisioni indigeste proprio a chi lo aveva incrociato nel percorso professionale.Un passato in istituzioni economiche dà competenze, reti, capacità di gestione. Non è un tatuaggio indelebile né un giuramento eterno di fedeltà. Confondere formazione con subordinazione è un po’ come pensare che chi ha lavorato in un ristorante diventi per sempre schiavo del menù: semplificazione comoda, ma non molto seria. Giuseppe Arnò

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L’arte sopraffina di criticare (senza proporre)

Quando l’opposizione diventa il campionato nazionale del “No” e dimentica di scendere in campo con qualche idea. Nel grande teatro della politica italiana, le opposizioni sembrano spesso avere un ruolo fisso, quasi da contratto sindacale: criticare, sempre. Proporre, raramente. Costruire, mai sia.E dire che, come ricorda con eleganza il sempre ispirato Fabrizio Caramagna, “quando critichiamo siamo tutti bravi a fare la diagnosi, e meno bravi a prescrivere la medicina”. Già. Lamentarsi, del resto, è gratis. Pensare, invece, costa fatica. Il Decreto Sicurezza, ad esempio, è l’ultimo paziente finito sul lettino della critica delle opposizioni. Non importa che stia guarendo o meno: quello che conta è dire che la terapia è sbagliata. E giù bastonate a Salvini, reo,  secondo alcuni, di aver fatto passare misure troppo rigide. Ma chi propone un’alternativa concreta, pratica, numeri alla mano? Poco o nulla. È più semplice condannare che pensare, recita un vecchio adagio, ed è difficile dargli torto. Nel frattempo, la Lega,  con toni, va detto, non proprio da diplomazia vaticana,  risponde stizzita alle critiche. In una nota firmata dai capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, si parla di censura biasimevole da parte del sindaco Gualtieri, colpevole, secondo loro, di aver oscurato i meriti del Decreto Sicurezza mentre, udite udite, il Comune finanziava manifestazioni pro-Europa. Due pesi, due misure? Ora, se da una parte i toni leghisti ricordano un film di spionaggio anni ’80 con Salvini nella parte del giustiziere urbano, dall’altra non si può non notare che la sinistra, più che rispondere nel merito o proporre qualcosa di alternativo, preferisce indignarsi e restare nella comoda zona grigia dell’indignazione senza impegno. Insomma, cari oppositori (e qui ci si rivolge a tutte le sponde, ché la tendenza è bipartisan): a quando un’idea? Una proposta vera, concreta, scritta magari con un po’ di logica e meno slogan? Criticare è un diritto sacrosanto, certo. Ma se diventa l’unico mestiere, si rischia di trasformare la politica in una gara di comizi al vento. Nel frattempo, il cittadino, sempre più lontano dalla politica, guarda, ascolta, e si domanda: “Ma se foste al governo, voi che fareste?”. Silenzio. O peggio ancora: un altro comunicato stampa. di Redazione Foto credit: questo file è rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale .

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La presidenza polacca di turno in UE

Polonia/ Onori (Az): Varsavia resti salda al fianco di Kyiv 03/06/2025 19:52 ROMA\ aise\ – “La vittoria di Nawrocki segna un cambio di tono in Polonia e apre una fase di coabitazione tutt’altro che semplice con la presidenza polacca di turno in UE. Le sue riserve sull’ingresso dell’Ucraina nella NATO meritano attenzione”. Così Federica Onori, deputata di Azione eletta in Europa e segretaria della Commissione Affari Esteri alla Camera, commenta l’esito delle elezioni presidenziali in Polonia. “La Polonia è parte della coalizione dei volenterosi ed è fondamentale che non venga meno la sua leadership sul fronte est. Dobbiamo assicurarci – ha concluso la deputata – di mantenere un’Europa unita e credibile verso l’Ucraina”. (aise) 

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Romania al bivio: Simion in testa al primo turno delle presidenziali, ballottaggio il 18 maggio

Bucarest, 4 maggio 2025 — George Simion, leader del partito ultranazionalista AUR (Alleanza per l’Unità dei Romeni), ha ottenuto il 40,1% dei voti nel primo turno delle elezioni presidenziali romene, secondo i dati ufficiali con oltre l’85% delle schede scrutinate. Al secondo posto si è piazzato il centrista Crin Antonescu con il 21,1%, seguito dall’indipendente Nicușor Dan con il 19,6%. Poiché nessun candidato ha superato la soglia del 50%, si procederà a un ballottaggio previsto per il 18 maggio . Queste elezioni si sono svolte in un clima di tensione politica, dopo che la Corte Costituzionale aveva annullato le precedenti consultazioni del novembre 2024 a causa di presunte interferenze russe a favore del candidato di estrema destra Călin Georgescu . La campagna elettorale è stata ulteriormente complicata da un attacco informatico rivendicato dal gruppo filorusso NoName057(16), che ha temporaneamente reso inaccessibili diversi siti governativi e il portale elettorale del candidato centrista Crin Antonescu .El País+8Wikipedia+8Financial Times+8 Simion ha dichiarato sui social media: “Oggi il popolo rumeno ha parlato! È ora di farsi sentire”, esprimendo soddisfazione per il risultato ottenuto. Antonescu, ex presidente del Senato e sostenitore dell’orientamento euro-atlantico del Paese, ha condotto una campagna incentrata sulla lotta alla corruzione e sulla difesa dei valori democratici. Il secondo turno delle elezioni sarà determinante per il futuro politico della Romania, membro dell’Unione Europea e della NATO, in un contesto segnato da tensioni interne e da una crescente polarizzazione dell’elettorato. di Redazione

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Carota, Bastone e Matrioske: Trump, Putin e la Farsa della Pace

L’eterno miraggio della stabilità globale Carota, Bastone e Matrioske: Trump, Putin e la Farsa della Pace Quando la diplomazia si fa a colpi di sanzioni e tweet, il mondo osserva, sospira… e si prepara all’ennesimo disastro annunciato. C’era una volta, in un mondo governato da tweet e testate missilistiche, una strana coppia: Compare Orso e Compare Lupo, alias Russia e Ucraina, con lo zio Sam a fare da padrino non richiesto e piuttosto invadente. Mentre il conflitto sul campo infuria, sul palcoscenico della geopolitica va in scena un altro spettacolo: la tragicommedia delle trattative Trump-Putin. Una narrazione mutevole, a metà tra soap opera e reality show, dove la sceneggiatura cambia ogni giorno ma il finale resta un miraggio. Dopo aver “risolto” (almeno a parole) il problema delle terre rare, Trump ha rispolverato il suo repertorio preferito: la diplomazia da show televisivo. Prima l’amore, poi il pugno di ferro. L’abbraccio e poi la sberla. Ma dall’altra parte del tavolo, Putin – esperto regista di drammi internazionali – recita con consumato cinismo: bombarda, smentisce, rilancia, e si presenta ai colloqui con il ghigno di chi sa bene che nessuno ha davvero il coraggio di cacciarlo dal casinò. Nel frattempo, a Washington, il Consiglio per la Sicurezza Nazionale ha confezionato l’ennesimo pacchetto di sanzioni, impacchettato come un regalo di Natale fuori stagione. I bersagli? Sempre gli stessi: banche, energia, Gazprom (per la ventesima volta) e qualche oligarca con la passione per yacht e democrazie fragili. Ma attenzione: il pacchetto è ancora in frigo, in attesa del timbro di approvazione di Trump. Tutto è nelle mani del “deal maker” per eccellenza, che riflette sul da farsi alternando buche da golf e dirette su Truth Social. L’economia globale, intanto, osserva e prende appunti. E inizia a tremare. Perché se Trump decidesse di dire “basta giochi”, le sanzioni secondarie (cioè colpire anche chi commercia con Mosca, tipo Cina e India) potrebbero trasformare un conflitto regionale in un terremoto finanziario globale. I flussi di petrolio e gas? A rischio. I mercati? In delirio. Il rublo? Ha già visto tempi migliori. Il dollaro? Sempre forte, ma anche lui ha un limite di sopportazione. E se le trattative fallissero davvero? Nessun problema, almeno per lo show: si aprirebbe il secondo atto del dramma. Trump, mai a corto di effetti speciali, potrebbe scaricare Putin in mondovisione e rievocare la Guerra Fredda con tanto di musiche epiche e montaggi da blockbuster. Zelensky, dal canto suo, si stringerebbe ancora di più agli Stati Uniti, mentre l’Europa farebbe ciò che sa fare meglio: emettere dichiarazioni preoccupate e convocare vertici straordinari. Insomma, la pace è sempre “un’opzione sul tavolo”… proprio accanto a un candelotto di dinamite. E tra una carota sfilacciata e un bastone consumato, Putin continua a giocare con la miccia, mentre Trump si prepara a trasformare tutto in un nuovo episodio della sua saga preferita: “L’Apprendista Geopolitico”. Morale della favola?Sarà dura. Non basterà una stretta di mano davanti ai fotografi per ricucire un mondo che, da tempo, ha perso la voglia di pace. Giuseppe Arnò

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Scholz alla cassa: il conto (salato) delle scelte di Merkel e non solo

La Germania si risveglia in una crisi politica senza precedenti, con Olaf Scholz che lascia il timone dopo un mandato turbolento. Ma la domanda resta: paga davvero solo per i suoi errori o sta saldando anche il conto lasciato in sospeso da Angela Merkel? Tra dipendenze energetiche e scelte strategiche discutibili, il cancelliere uscente si è trovato a fare i conti con un’eredità politica che pesa come un macigno. Risposte a quattro domande, che riassumono in breve la crisi politica, economica e sociale che sta vivendo la Germania. Scholz paga (anche) le scelte sbagliate di Merkel? Beh, diciamo che Scholz sta saldando un conto lasciato in sospeso con interessi da usuraio. Se Merkel ha acceso la dipendenza dal gas russo come se fosse una caldaia, Scholz si è ritrovato a doverla spegnere… peccato che nel frattempo qualcuno avesse già tagliato i tubi. La Germania si trova in una situazione molto complessa? Complessa è dire poco. La situazione politica tedesca è come una partita a Risiko in cui tutti i giocatori hanno finito i territori ma continuano a discutere sulle regole. Un governo composito con anime incompatibili? Se il futuro governo tedesco fosse una ricetta, avrebbe dentro salsicce bavaresi, tofu vegano e salsa piccante turca: tanto sapore, ma difficilmente digeribile. Il cancelliere paga le scelte sbagliate di Merkel o i motivi sono altri? Forse Scholz paga Merkel, forse paga Putin, o forse sta solo pagando il conto di un ristorante in cui nessuno vuole fare il cameriere. La verità? Tutti contribuiscono al disastro, ma il piatto è servito a lui.                                                                                                                                                                                                                                                                                    Redazione   Foto Scholz: cortesia di  Pixabay

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Dalla Siria all’Iran: la soap opera geopolitica del Medio Oriente continua!

Il Medio Oriente non smette mai di regalarci colpi di scena degni di un thriller internazionale. Damasco è caduta, Hezbollah è fuori dai giochi, e ora tutti gli occhi sono puntati su Teheran, dove il regime degli ayatollah potrebbe trovarsi al centro del prossimo capitolo di questa saga geopolitica. Se avete sempre sognato una trama con missili, droni, rivolte popolari e drammi internazionali, questo è il vostro momento. Hezbollah: il gigante dai piedi d’argilla La parabola di Hezbollah, il “super-esercito non statale” dell’Iran, sembra essersi conclusa con un’esplosione – letteralmente. Israele, con precisione chirurgica, ha eliminato Nasrallah e il suo alto comando a settembre, trasformando l’organizzazione in un ricordo dei giorni di gloria. Non bastavano i missili balistici iraniani a salvare la situazione: il sistema Arrow di Israele li ha intercettati come fossero mosche fastidiose. Iran: la debolezza dietro la facciata Il vero spettacolo, però, si è svolto a ottobre, quando Israele ha lanciato una serie di attacchi aerei che hanno rivelato la vulnerabilità del regime iraniano. Pensateci: venti località colpite, nessuna perdita per gli attaccanti, e una dimostrazione palese che dietro la retorica di Teheran c’è ben poco di solido. Forse gli ayatollah avrebbero dovuto investire meno in propaganda e più in difese credibili. La popolazione iraniana: spettatori o protagonisti? Nel frattempo, gli iraniani iniziano a chiedersi: “Ma tutti quei soldi spesi per le Guardie Rivoluzionarie, a cosa sono serviti?” Con missili inefficaci e alleati incapaci di reagire, il malcontento potrebbe trasformarsi in rivolte su larga scala. E attenzione: persino le forze armate regolari, spesso dimenticate, potrebbero decidere di prendere posizione. Chi non vorrebbe vedere un finale in cui i soldati di base ribaltano il tavolo contro i loro superiori? E ora, il gran finale? La caduta del regime di Teheran potrebbe non risolvere tutti i problemi del Medio Oriente, ma sarebbe sicuramente un terremoto politico. Pensate a una regione senza il supporto iraniano alle milizie sciite, dove il destino non è più deciso da missili e droni. Siamo pronti per questo scenario? Forse no, ma è impossibile distogliere lo sguardo da quello che si prospetta come l’epilogo più esplosivo della stagione. Restate sintonizzati: la soap opera continua, e il prossimo episodio potrebbe vedere gli iraniani finalmente liberi di riscrivere la loro storia. Chi ha bisogno di Netflix quando la geopolitica offre tutto questo? Giuseppe Arnò

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“Dalle stelle alle (ex) stalle: l’ultimo atto del Movimento 5 Stelle”

 “Tra l’ironico e la calma di Conte, un viaggio dal sogno rivoluzionario al compromesso perpetuo” Il Movimento 5 Stelle: Dalle Stelle alle (ex) Stalle? C’era una volta il Movimento 5 Stelle, nato come l’urlo di protesta di un comico genovese contro la politica tradizionale. Ricordate quei tempi? Grillo tuonava dai palchi come un moderno Savonarola, promettendo di spazzare via i dinosauri della politica con un esercito di cittadini armati di click e buone intenzioni. E ci riuscì, almeno per un po’. Ma ora, il Movimento sembra essersi trasformato in un docile gattino politico, e persino il suo cofondatore, Beppe Grillo, sembra essersi stancato del giocattolo. Nel suo ultimo rant pubblico, Grillo ha intonato un quasi de profundis, un requiem per quello che una volta era l’enfant terrible della politica italiana. Con sarcasmo e qualche punta di amarezza, il comico ha messo in dubbio la capacità del leader Giuseppe Conte di portare avanti la baracca. Ma Conte, dall’alto del suo savoir-faire giuridico e del suo aplomb da “professore perfetto”, sembra non aver colto l’ironia. O forse sì, ma ha deciso di ignorarla, com’è abitudine di chi conosce bene i labirinti della retorica politica. Un Movimento o una Maratona? Negli ultimi anni, i 5 Stelle si sono ritrovati a fare i conti con una realtà ben diversa da quella che immaginavano. Governare è difficile, ma governare con promesse come il “reddito di cittadinanza per tutti” e “mandiamo a casa i corrotti” è quasi impossibile. Così, da forza di rottura, il Movimento si è lentamente trasformato in un partito di compromessi. Prima con la Lega, poi con il PD, e infine con se stesso. E cosa è rimasto? Una formazione che non sa più bene chi è, né cosa vuole. Troppo a sinistra per piacere agli elettori di destra, troppo poco incisiva per convincere i progressisti. E con Conte al timone, il Movimento sembra aver scelto la strategia del “galleggiare in attesa di tempi migliori”. Una tattica geniale, se si volesse fondare il Club dei Pescatori della Politica, ma alquanto suicida per un partito nato gridando “onestà!” a squarciagola. Che fine farà il Movimento? Le ipotesi sul futuro del 5 Stelle si sprecano. Diventeranno un piccolo partito d’opposizione, confinato a qualche percentuale singola nei sondaggi? Verranno inglobati dal PD, come un lontano parente povero che si presenta a cena senza invito? O finiranno per dissolversi, lasciando un paio di nostalgici a postare meme su Facebook? Una cosa è certa: Grillo, nonostante tutto, rimane una figura che non si può ignorare. Come un vecchio mago che osserva la sua creazione prendere vita, trasformarsi e poi, forse, autodistruggersi, il cofondatore continuerà a far sentire la sua voce. Magari con qualche altra battuta al vetriolo, giusto per ricordarci che, nonostante tutto, i 5 Stelle sono stati anche un grande esperimento sociale e politico. Uno di quelli che funzionano fino a quando non arriva il conto da pagare. In fondo, il Movimento 5 Stelle è come un piatto di spaghetti alla genovese: un pasto semplice e genuino che, se lasciato troppo a lungo sul fuoco, rischia di diventare una poltiglia. Riuscirà Conte a salvare qualcosa di questa grande pastasciutta politica? Solo il tempo ce lo dirà. Ma, nel frattempo, potremmo farci una bella risata. Del resto, l’ironia è sempre stata il condimento principale di questa storia. E del Movimento cosa sarà? Da una forza esplosiva, capace di convogliare l’indignazione popolare in una proposta di governo, si è lentamente trasformato in un’entità sempre più evanescente, prigioniera delle sue contraddizioni e delle sue stesse promesse. La vicenda di Di Maio non è solo una nota di colore, ma un simbolo della metamorfosi del Movimento 5 Stelle: una parabola che, da sogno rivoluzionario, è diventata una sequela di compromessi, gaffe e opportunità mancate. Oggi, quello che resta è un partito che sembra galleggiare più per inerzia che per convinzione, incapace di ritrovare l’identità perduta. E allora, brindiamo davvero: non solo a ciò che è stato, ma anche a ciò che avrebbe potuto essere. Magari con una Coca-Cola ghiacciata, giusto per rendere l’ironia ancora più frizzante. Giuseppe Arnò

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Doccia fredda dal Senato a Trump: Gaetz getta la spugna

“Un voto contro di noi vi comprerà le primarie”. Questo è stato il messaggio inviato da alcuni membri del team di Donald Trump a un gruppo di senatori repubblicani, minacciandoli di potere perdere le prossime elezioni. Lo ha riportato la Abc News per chiarire le pressioni che i consiglieri del neo eletto presidente stavano mettendo a senatori repubblicani per imporgli il supporto di Matt Gaetz a procuratore generale, ossia il Ministro di Giustizia. Le minacce delle primarie non hanno funzionato. Gaetz dopo 8 giorni di tentativi di “sedurre” i senatori, usando persino i legami del vice Presidente Eletto JD Vance, alla fine ha deciso di ritirarsi. Ha spiegato la sua azione asserendo che non voleva diventare una distrazione dagli sforzi del 47esimo presidente di formare la sua squadra di governo. La realtà è che non aveva chance di essere confermato in parte per la sua limitatissima esperienza con la legge ma soprattutto per il polverone creato dai suoi rapporti con le donne. Gaetz era stato accusato di improprietà sessuali ed avrebbe persino avuto rapporti con una giovane di 17 anni. Era stato indagato da procuratori federali e statali ma non era stato incriminato. La Camera dei rappresentanti, però, mediante la sua commissione sull’Etica, aveva indagato ed era quasi pronta a rilasciare il suo rapporto. Il giorno prima, però, Gaetz si era dimesso, tentando di sventare il rilascio del rapporto e anche per concentrarsi sulla nomina a procuratore generale. Dopo il suo ritiro sarebbe potuto ritornare alla Camera come parlamentare poiché era stato rieletto nell’elezione del 2024 ma ha deciso di non avvalersi di questa scelta. La nomina di Gaetz era controversa. Gaetz avrebbe agito da procuratore spaccatutto, facendo esattamente quello che Trump avrebbe voluto. Il Senato ha deciso che forse prenderà sul serio la sua responsabilità costituzionale di esaminare gli individui nominati da Trump, frenando anche se in maniera limitata, gli impulsi più esagerati che verrebbero messi in atto da individui come Gaetz. Trump aveva già tentato di raggirare i freni che gli saranno imposti dal Senato, annunciando che i repubblicani alla Camera Alta dovrebbero permettergli le nomine durante periodi di “recess”, pause del Senato. Quando la Camera Alta è in pausa il presidente in carica può nominare membri del suo team senza conferme, dando all’incaricato due anni di servizio. Queste “recess appointments” devono essere l’eccezione da usarsi in casi di emergenza quando non ci sarebbe tempo per le conferme. Spazzare via il compito costituzionale del Senato non è dunque riuscito a Trump anche se uno dei tre candidati alla leadership della Camera Alta, Rick Scott (Florida), si era dichiarato favorevole alla richiesta del neo eletto presidente. Gli altri due candidati, John Cornyn (Texas), e John Thune (South Dakota), non avevano invece fatto chiara la loro posizione. Il voto segreto non avrà risentito dei desideri di Trump poiché Thune, l’eventuale vincitore, sembrerebbe propenso a seguire la tradizione, mantenendo il ruolo tradizionale del Senato di confermare o rifiutare le nomine del presidente. Inoltre, la senatrice indipendente dell’Alaska, Lisa Murkowski, ha annunciato che non voterà per confermare le nomine del presidente senza le consuete indagini dei candidati da parte dell’Fbi. Va ricordato che la Murkowski è stata una dei sette senatori repubblicani che nel febbraio del 2021 votarono per la condanna di Trump per avere incitato l’insurrezione al Campidoglio il 6 gennaio del 2021. Trump la fece franca perché mancarono 3 voti per raggiungere il 60% richiesto (57 per condanna, 43 contrari). All’indomani dell’elezione presidenziale del 2024 la narrazione della vittoria di Trump è stata definita come “clamorosa”. Trump disse che aveva vinto a “valanga” e che gli americani gli avevano conferito un “mandato senza precedenti”. Forse ci ha creduto e questo potrebbe spiegare la nomina sgangherata di Gaetz. Adesso però le analisi più accurate ci dicono che la vittoria non è stata così schiacciante. Trump al momento ha vinto meno del 50% del voto popolare (49,9 percento), cifra che potrebbe scendere ancora un po’. Difatti la maggioranza degli americani non lo ha votato. Inoltre la maggioranza repubblicana al Senato di 3 seggi e quella alla Camera di 6 (altri 3 sono ancora da determinare) non gli darebbero ampi margini per la sua agenda legislativa. Da ricordare anche l’esistenza del filibuster al Senato, il requisito della maggioranza ad oltranza di 60 consensi per procedere ai voti. I democratici con 47 membri potrebbero facilmente bloccare proposte di leggi esagerate. Alcuni analisti hanno suggerito che la nomina estremista di Gaetz mirasse solo a distrarre l’attenzione da altre nomine similmente polemiche. Quante di queste nomine verranno bloccate? Dipende dagli atteggiamenti dei senatori repubblicani. Il potere di Trump continuerà ma a lungo andare verrà ridotto dal fatto che non si potrà ricandidare a un terzo mandato. Da aggiungere anche che con le elezioni di midterm nel 2026 i democratici avrebbero buone chance di ottenere la maggioranza in una o persino ambedue le Camere. Quindi Trump avrà fretta per fare quello che può nei primi due anni. Quanta cooperazione otterrà dalla maggioranza repubblicana al Senato? La scomparsa di Gaetz ci dà almeno un segnale che la Camera Alta farà il suo dovere e Trump dovrà cominciare a controllare i suoi impulsi spropositati. Infatti, per rimpiazzare Gaetz, il neoeletto presidente ha nominato Pam Bondi, ex procuratrice della Florida, le cui chance di essere confermata sono aumentate anche se non completamente assicurate. La Commissione alla Giustizia del Senato sarà ovviamente interessata ai legami della Bondi con Trump e le sue dichiarazioni fatte alla Fox News nel 2023. La Bondi, indirizzandosi ai procuratori nominati da Joe Biden, disse che “gli investigatori verranno investigati” in una nuova amministrazione Trump. In effetti, reiterando le minacce dell’allora candidato repubblicano che i suoi nemici politici sarebbero soggetti a “vendetta” da un suo futuro procuratore generale. ============ Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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URUGUAY, VITTORIA DEL “FRENTE AMPLIO”

PORTA (PD) IN URUGUAY PER LA VITTORIA DEL “FRENTE AMPLIO”: “CON YAMANDÚ ORSI TORNANO I PROGRESSISTI ALLA GUIDA DEL PAESE” (Comunicato stampa – 25 novembre 2024) – Da Montevideo, dove ha seguito da vicino il secondo turno delle elezioni con gli amici e compagni del Circolo del PD, l’On. Fabio Porta non contiene la sua emozione: “Dopo il buon governo di Tabaré Vázquez e Pepe Mujica torna a vincere in Uruguay la grande coalizione di centro-sinistra intorno ad un politico pragmatico ma fortemente ancorato ai valori riformisti e democratici; Orsi è stato per anni Sindaco di Canelones, la seconda città del Paese, e si è distinto per la sua buona amministrazione e il suo tratto di uomo di dialogo e soluzioni concrete.” “In una fase storica dove a prevalere sono le divisioni strumentali e la delegittimazione dell’avversario, quando non anche il ricorso alla violenza e all’insulto sistematico, la vittoria del ‘Frente Amplio’ rappresenta un segnale positivo e di grande speranza.” “Il Partito Democratico e la grande famiglia dei democratici e progressisti europei esprimono al neoeletto Presidente Yamandú Orsi e a tutto il popolo dell’Uruguay gli auguri di buon lavoro nel solco della democrazia e della giustizia sociale, nella migliore tradizione della sinistra democratica latino-americana”. ON. FABIO PORTA CAMERA DEI DEPUTATI Ufficio: Palazzo Valdina Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 Roma Tel. 06 6760 5936 Email: [email protected] www.fabioporta.com https://twitter.com/porta2020 https://www.facebook.com/fabioporta.it https://www.instagram.com/f.porta/

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