Esternazioni d’un secessionista tra ieri ed oggi

Il “ritorno in campo” di Roberto Castelli, ex ministro della Giustizia nei Governi Berlusconi II e III. Col suo Partito Popolare del Nord      Verona – “Nostalgia canaglia” (come l’omonima canzone di Al Bano e Romina Power), sì, ma… per la politica attiva. E voglia di rimettersi in gioco nelle elezioni, candidandosi direttamente (come ha fatto alle ultime regionali in Liguria, a Genova e La Spezia, ricevendo, però, appena 34 preferenze) od affiancandosi al raggruppamento che sostiene Riccardo Szumski, leader di Resistere Veneto (nella corsa alle regionali venete, ad esempio).    È questo il nuovo corso, in linea col passato accantonato sine die, del sen. Roberto Castelli (Lecco, 12 luglio 1946), ingegnere e, soprattutto, veterano esponente della Lega Nord, già ministro della Giustizia dall’11 giugno 2001 al 17 maggio 2006 nei Governi Berlusconi II e III, oltre a vice ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti nel Governo Berlusconi IV.    Dopo aver lasciato al suo destino, il 18 settembre 2023, per insanabili contrasti di vedute, Matteo Salvini e la sua Lega, ha fondato, assumendone la presidenza, l’Associazione Autonomia e Libertà per poi creare il Partito Popolare del Nord – Autonomia e libertà – (“per la difesa dei diritti locali e la promozione di un’autonomia di governo territoriale”, tra i fondamenti della vecchia Lega di Umberto Bossi) di cui è segretario federale.    Incontrato a Verona, al termine d’una riunione con attivisti amici al Liston 12, locale nella centralissima piazza Bra che abbraccia la celeberrima Arena (anfiteatro romano datato, con qualche riserva, al I secolo d. C.), Castelli ha sfoderato la dialettica combattiva che qualcuno ipotizzava si fosse assopita se non, addirittura, andata definitivamente in pensione.    «Sono ancora e sempre realmente autonomista, contro i falsi federalisti. – rimarca l’interessato –      Lo dice uno che era nel comitato promotore del referendum consultivo per l’autonomia che s’è tenuto in Lombardia, dove avevamo maturato grandissime speranze. Ricordo che sono andati a votare per il “Sì”, nella mia regione ed in Veneto per la stessa consultazione, il 22 ottobre 2017, oltre cinque milioni di cittadini tra lombardi e veneti (per l’esattezza 2.882.531 in Lombardia e 2.273.985 in Veneto, n. d. a.). Un plebiscito assoluto, perché hanno votato praticamente all’unanimità per una maggior autonomia. Autonomia rivoluzionaria, autonomia che in qualche modo doveva spaccare il Paese, come dicevano ai miei bei tempi. Io sono stato secessionista, lo dico chiaramente. Non lo sono più per un motivo molto semplice: perché la politica è l’arte del possibile e, oggi, non ci sono le possibilità teoriche, istituzionali, costituzionali per poter pensare alla secessione».    «Ormai, da anni, la Lega Nord non c’è più perché si chiama Lega Salvini Premier. Da partito federalista è diventata un partito centralista, come tanti. Io l’ho abbandonata per questo motivo. Il nostro scopo, ora, è costruire una nuova realtà autenticamente federalista ed autonomista».    «Se noi non arriviamo ad una forma fortissima d’indipendenza tra Nord e Sud siamo morti. – sostiene il sen. Castelli – Faccio soltanto osservare che, in questo Stato centralista, siamo all’ennesimo mese di recessione industriale. Noi stiamo morendo sotto i colpi della globalizzazione e della concorrenza cinese, senza che Roma muova un dito. Dobbiamo smascherare questo falso federalismo che è stato messo in atto da Forza Italia perché è del tutto evidente trattarsi d’uno specchietto per le allodole, fatto per cercar di tirar fuori i voti di chi ancora, in Veneto, è autonomista e federalista».    «Prendiamo ancora Forza Italia. Nell’Unione Europea (che scrive leggi che valgono il 60% del totale di quelle che noi dobbiamo seguire) sta con la sinistra e vota con lei. Guarda caso, segretamente, hanno salvato quella brava persona di Ilaria Salis. Allora dobbiamo sbugiardare queste operazioni e dire chiaramente chi è vero federalista ed autonomista. Io ho deciso di tornare in campo, nonostante mi fossi messo felicemente in pensione, perché oggi il centralismo sta vincendo se non ci svegliamo. Soprattutto, sta primeggiando in maniera silenziosa, con norme che stanno venendo avanti, che non si leggono sui giornali, che non si vedono in televisione».    «A Roma – punge l’ex ministro – stanno votando un’altra riforma costituzionale per Roma Capitale, per dare ancora soldi. E c’è un’altra norma che va denunciata, diventata legge col voto convinto di tutti (Forza Italia, Lega ecc., Meloni, poi, fa bene, è centralista da sempre). Silenziosamente, accade questo (sarò Cassandra, anche se spero di sbagliarmi, anche se Cassandra era foriera di sciagure ma aveva sempre ragione): vi dico che fra qualche anno non ci sarà più un medico del Nord, saranno tutti meridionali. Perché? Perché hanno fatto una legge diabolica: nelle facoltà di Medicina c’è il numero chiuso, hanno cambiato la legge e si sono inventati che, al primo anno, si possono iscrivere tutti, poi ci sarà una graduatoria, in numero chiuso, che stabilirà chi andrà avanti in base al voto. Si sa come funziona nelle scuole italiane: al Sud danno i voti alti ed al Nord danno i voti bassi. Ergo, siccome questa legge va in vigore quest’anno, prossimamente nelle università italiane ci saranno soltanto giovani meridionali che studiano Medicina. È giusto?».    «Cos’hanno fatto, infatti, da furbi? La graduatoria nazionale. E le graduatorie nazionali sono fatte apposta per fregare il Nord. Tant’è vero che noi andremo a presentare un progetto di legge costituzionale che va ad agire non sulla legge ordinaria ma in Costituzione su questo tema. Ma se su queste cose i veneti, i lombardi, i piemontesi non si svegliano, ci stanno facendo fuori. Che il Nord torni a rialzare la testa!».   Claudio Beccalossi

Read More »

COP30 – Intervista all´Ambasciatore Alessandro Cortese

Intervista all’Ambasciatore d’Italia alla COP30 di Belem Tra ambizioni e realtà: l’Italia alla COP30 A dieci anni dagli Accordi di Parigi, la diplomazia italiana punta su transizione, cooperazione e responsabilità condivisa     a 1- Ambasciatore, dieci anni dopo Parigi, la COP30 riconosce di fatto che l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro +1,5 °C non è stato raggiunto.Cosa significa questo “fallimento” per la diplomazia internazionale e, in particolare, per l’Europa e l’Italia? È ancora realistico parlare di obiettivi globali condivisi? Premetto che non sono un negoziatore, ma un osservatore privilegiato della Conferenza, per cui non posso addentrarmi nei complessi tecnicismi del negoziato. Effettivamente l’obiettivo di aumento massimo delle temperature di 1,5 gradi entro il 2030 si rivela adesso molto difficilmente raggiungibile. Però non parlerei di un fallimento, nel senso che la diplomazia ambientale multilaterale sta compiendo un grande sforzo, anche tramite le COP, per cercare di rimettere le cose in carreggiata. Si tratta innanzitutto di implementare nel migliore dei modi i tanti e importantissimi impegni che sono stati assunti negli anni. Per esempio sugli investimenti è difficile mantenerli troppo ambiziosi, specie quando un importantissimo partner si è chiamato fuori dagli Accordi di Parigi e dai negoziati di Belém. Effettivamente un insieme di situazioni rende le cose particolarmente difficili, ma non direi che la diplomazia ha fallito o stia fallendo. Quello che propongono i brasiliani — ma vedremo poi cosa scriveranno nei documenti, che non sono ancora circolati — è di rilanciare il processo e di implementare ciò che è stato deciso a Baku lo scorso anno e a Parigi dieci anni fa. È di grande importanza che la COP continui a tenersi ogni anno, perché questo attira l’attenzione dei nostri leader e spinge i Paesi a fare uno sforzo importante, rendendosi anche l’opinione pubblica conto che, se ciò non avviene, il nostro pianeta così come lo conosciamo potrebbe finire male in tempi non lunghissimi. Naturalmente i brasiliani si pongono obiettivi ambiziosi, anche perché hanno una risorsa fondamentale per il futuro del pianeta, che è l’Amazzonia, e che va preservata in tutti i modi, perché è da essa che dipende in buona parte il mantenimento di un clima che non porti agli eccessi climatici estremi che stiamo vivendo. Eventi estremi che in passato avvenivano a distanza di anni, mentre invece oggi avvengono con grandissima frequenza, talvolta a distanza di settimane o mesi in differenti parti del mondo. Siamo tutti ormai consapevoli dell’emergenza climatica e pochi sono i Paesi che non riconoscono questo problema. 2. Uno dei cardini di questa Conferenza è la mobilitazione di 1.300 miliardi di dollari l’anno per i Paesi in via di sviluppo entro il 2035.Secondo lei, il sistema internazionale dispone davvero degli strumenti – politici e finanziari – per rendere credibile un impegno di tale portata? E quale ruolo può giocare l’Italia, anche attraverso la cooperazione e il know-how tecnologico? Guardi, prima dicevo che gli obiettivi spesso sono molto ambiziosi. Ma questo è molto importante perché l’impegno sia maggiore. Ad esempio, dai 1.300 miliardi discussi a Baku, alla fine del negoziato si è arrivati a 300 miliardi, che peraltro è cifra di tutto rispetto. Poi è importante monitorare l’effettiva attuazione degli impegni da parte della membership. Non è facile né scontato. Da parte brasiliana — e questo è condivisibile — è importante anche individuare modalità originali per reperire risorse, attraverso partenariati pubblico-privati, il coinvolgimento più proattivo delle banche di sviluppo, ecc. Per esempio, presso il Padiglione italiano alla COP, si è tenuto a inizio settimana un evento realizzato da Enel, dove è stato illustrato come l’azienda investa nelle energie rinnovabili e alternative in Brasile. Anche Cassa Depositi e Prestiti, in un evento che si è tenuto nei giorni scorsi qui a Belém, sempre nel Padiglione italiano, ha indicato di aver messo a disposizione risorse importanti per finanziare progetti nel settore in varie parti del mondo. Chiaramente, con le risorse che possono essere allocate da uno Stato si crea una massa critica mirata. Questo richiede anche lavoro da parte dei governi per assicurarsi che vi sia coerenza nella loro attuazione. L’Italia a Belém possiamo dire che è in prima fila come partecipazione di alto livello: la presenza — non scontata — del nostro Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Tajani al Vertice dei Leader in apertura, e adesso con il Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che sta seguendo passo passo, come nelle precedenti edizioni, i negoziati sul documento finale. Posso dire che la voce dell’Italia qui è abbastanza ascoltata, e non solo in seno all’Unione Europea: nei giorni scorsi, ad esempio, il Ministro Pichetto Fratin ha firmato un Memorandum d’intenti in materia ambientale con la Ministra dell’Ambiente del Brasile, Marina Silva. 3. Il Brasile, Paese ospitante, ha impostato la COP30 su sei pilastri che intrecciano ambiente, sviluppo umano e finanza verde.Come si inserisce l’Italia in questa visione? Ci sono ambiti in cui il nostro Paese può essere ponte tra Europa e America Latina, soprattutto in materia di energia e biodiversità? Come il Brasile, l’Italia insiste molto sull’importanza dei biocarburanti anche in sede europea, essendo una risorsa non inquinante e alternativa ai combustibili fossili. È molto importante, in materia ambientale come in tanti altri settori, non fare passi indietro. Anche un piccolo passo in avanti ha il suo peso. Credo che il Brasile stia cercando di individuare qui a Belém delle chiavi di lettura originali che consentano di avanzare. 4. L’assenza dei leader delle principali potenze inquinanti – Stati Uniti, Cina, India e Russia – pesa come un macigno.Quanto è difficile negoziare in un contesto in cui mancano i protagonisti decisivi? E cosa può fare la diplomazia europea per evitare che la COP30 si riduca a un forum di buone intenzioni? È vero che qualche Paese è mancato al vertice, ma a mio avviso la partecipazione è stata cospicua: vi erano più di 50 Paesi rappresentati al massimo livello, come l’Italia con il Vicepresidente del Consiglio. Tra quelli che ha citato, la Cina con il Vice Primo Ministro, l’India, la Russia presente ma a un livello meno rappresentativo per motivi

Read More »

Intervista a Sara Guerrieri

Sara Guerrieri attraverso le turbolenze emotive se la cava come donna e come autrice di versi Le turbolenze atmosferiche spesso disturbano il volo degli aerei e li costringono ad un atterraggio di emergenza o a deviazione della rotta intrapresa. Le “turbolenze emotive”, invece, hanno spinto Sara Guerrieri, autrice della silloge poetica, a contrastare le ragioni illogiche e irrazionali che hanno sconvolto la propria esistenza. In Sara tali turbolenze hanno seminato scompiglio nella propria vita, ma lei ha cercato di arginarle, contenerle e dominarle facendo ricorso alla scrittura poetica. Sara ha conseguito la laurea magistrale in Strategia e consulenza aziendale nell’università di Trieste.   Per farla conoscere al vasto pubblico si propone il suo personale punto di vista attraverso questa intervista.   1-Le emozioni permeano ogni cosa, gesti, parole, immagini: per esprimersi lei ha impiegato la scrittura, i versi e non la pittura, la scultura o altra forma di espressione: perché?   <Perché sono profondamente convinta che le parole abbiano un potere curativo e che, attraverso la scrittura, si possa innovare qualunque scenario, come scrivo ne La bellezza della poesia. Ripensando a momenti del passato in cui sono stata attraversata da emozioni ‘negative’ -paura, tristezza, vergogna, senso di inadeguatezza- il solo ricordo di quelle esperienze mi faceva rivivere le stesse sensazioni con la stessa intensità della prima volta. Ho pensato allora che, grazie alle parole, avrei potuto conferire un nuovo volto a quelle situazioni, rendendole più conformi alla mia sensibilità>.   2-Le turbolenze emotive seminano scompiglio e disordine in alcune persone: nella sua vita come le ha arginate? <Inizialmente cercavo di evitare un confronto diretto con esse. Provavo ad arginarle o a schivarle, ma come un boomerang tornavano indietro, riproponendosi con ancora maggiore frequenza. Con il tempo, però, ho imparato ad accogliere anche i momenti meno belli della vita, perché senza di essi non saremmo in grado di apprezzare davvero i momenti di gioia e di serenità. Se non ci fosse il dolore, probabilmente non ci sarebbe neppure la felicità. È il dualismo della vita>. 3-Gli amori, le opinioni ardite, le passioni, le parole desuete in quale misura le preferisce e riesce a dominarle? <Con il passare del tempo ho imparato a ricercare attivamente l’inconsueto, tutto ciò che fuoriesce dalla ordinarietà. Se la realtà appare noiosa e non può essere mutata, allora mi servo della immaginazione per trasformarla. Attraverso i miei scritti cerco di puntare un faro su ciò che non riesce a trovare un posto in questo mondo, rimanendo sotto la superficie>.   4-Le ‘sovrastrutture’ morali, sociali e i comportamenti quotidiani standardizzati che impediscono l’esercizio della libertà, in che modo li ha ‘appesi’ al muro? <Scelgo di vivere assecondando unicamente il mio sentire. Mi metto in ascolto, per quanto mi sia possibile, dei pensieri, dei desideri e dei sogni che mi abitano. Seguo il flusso senza lasciarmi imbrigliare da ciò che viene considerato universalmente accettato. Non ho mai voluto rimettere i giudizi nelle mani altrui su cosa fosse giusto o sbagliato: solo noi stessi siamo in grado di prenderci cura del nostro bene>.   5-La libertà della donna -così preziosa per lei- ha forse condizionato   gli amori, i sogni dei suoi genitori e le promesse di quando era bambina? <Senza ombra di dubbio, credo li abbia condizionati positivamente. È difficile trovare la propria strada senza curarsi delle aspettative altrui. La difficoltà principale risiede proprio nell’imparare a riconoscere quali sogni ci appartengono davvero e quali, invece, sono soltanto il frutto di condizionamenti. In fondo, penso che il desiderio di ciascuna sia quello di essere accettata e apprezzata; ma ciò che è ancora più difficile, perché richiede maggiore coraggio, è riuscire a esserlo per ciò che realmente si è>.   6-In solitudine lei dialoga spesso con la sua anima: presta particolare attenzione ai suoi pensieri e alla libertà di azione o tenta di ‘risolverli’ secondo il comune sentire gli altri? <Presto molta attenzione ai miei pensieri e mi piace crogiolarmi in essi. Ho una mente decisamente iperattiva. Il rischio che corro è quello di rimanere delusa dalla realtà, perché tendo a immaginare il mondo come vorrei che fosse in un modo del tutto personale e impossibile da replicare poiché non sono la sola ad abitarlo>.   7-Lei preferisce volteggiare col pensiero tra le nuvole, per “osservare” il mondo capovolgendosi nell’aria col paracadute della fantasia? <Sì, mi piace questa interpretazione. Mi piace scrutare il mondo da più angolazioni e, in questo, la lettura e la scrittura vengono in mio soccorso. Avere più visioni della realtà e di ciò che ci accade ci permette di alimentare quel senso di ottimismo immotivato che dona leggerezza ad ogni nuovo giorno>.   8-Dai sui versi emerge una forte carica di libertà in quanto donna e persona: si sente di dare consigli alle donne per affermare sé stesse secondo i propri desideri e la propria femminilità? <Sarebbe bello se si potesse invertire quella tendenza che riduce le donne a una sola dimensione, solitamente coincidente con la maternità. È importante, invece, vivere questa vita con pienezza, diventando protagoniste non solo del contesto familiare di appartenenza, ma anche di quello sociale e culturale in cui si abita. L’invito è a non rimpicciolirsi, ma a espandersi>.   9-Essere donna, per lei, significa sfidare ad ogni costo l’oscurità, prendersi cura del mondo, evitare le città spoglie di gente: cosa suggerisce in concreto alle altre donne? <Non so se questo debba avvenire a ogni costo; ciò che importa, però, è impegnarsi a combattere questa profonda ingiustizia, sensibilizzando le comunità a riconoscere il diritto inviolabile delle donne a vivere con pienezza la propria vita>.   10-Ha scritto che temeva che la vita non le potesse offrire più nulla: ora ha fiducia nel     mondo che le darà una nuova speranza? <È difficile dirlo. La fiducia e la speranza sono intrinseche nella natura umana, finché non vengono raggiunte dal disincanto e dalla disillusione per una vita che, forse, come direbbe Vasco Rossi, un senso non ce l’ha>. 11-Secondo lei, questa raccolta di poesie come è stata accolta nel suo ambiente cittadino di Lauropoli e Cassano?

Read More »

Beccalossi intervista Borchia

Intervista esclusiva   Patate bollenti dell’attualità internazionale L’opinione di Paolo Borchia, europarlamentare della Lega   Verona – Più di casa a Bruxelles (ha iniziato la sua carriera al Parlamento europeo ancora nel 2010, quale assistente accreditato del conterraneo europarlamentare della Lega Lorenzo Fontana) che a Verona, Paolo Borchia (Negrar di Valpolicella, 27 maggio 1980), a sua volta parlamentare europeo dal 2019 e riconfermato nel 2024 (in quanto primo dei non eletti ed in seguito alla rinuncia di Roberto Vannacci che aveva optato per la circoscrizione nord-occidentale), è oggi capo delegazione (Gruppo patrioti per l’Europa) nonché segretario provinciale della Lega. Borchia si presta volentieri ad un’intervista su temi caldi dell’attualità internazionale, presso la sede in via Evangelista Torricelli 41c. D – Un suo commento riguardo all’odierna Unione europea a trazione Ursula von der Leyen bis. «Allo stato attuale non possiamo dire d’essere contenti di come stanno procedendo le cose. Perché doveva essere una legislatura in grado di dimostrare che quanto successo nei precedenti cinque anni era stato un episodio sfortunato della storia. Se, oggettivamente, la prima Commissione von der Leyen era stata caratterizzata dalla pandemia che ne aveva condizionato pesantemente l’attività, ora diciamo chiaramente che abbiamo cominciato o, meglio, hanno cominciato col piede sbagliato. Nel senso che si doveva vedere un cambio di passo importante sul tema del green deal, cambio di passo che non abbiamo visto. Prendiamo atto che s’è scelto di sacrificare la competitività alla decarbonizzazione, quando nella quotidianità le aziende, gli amministratori, le persone ci chiedono cose diverse legate all’economia reale. Non soltanto la pur legittima battaglia per inquinare di meno». «Poi, l’approccio alle questioni internazionali, approccio bellicista così accentuato, sicuramente non ci piace perché sdogana il concetto che si può derogare dal dogma, dai sacri vincoli del patto di stabilità soltanto per le spese connesse agli armamenti. Mentre noi, quotidianamente, ci confrontiamo con un Paese che ci chiede aumenti delle pensioni e degli stipendi per contrastare il rialzo dei prezzi che, purtroppo, vede gli italiani fanalini di coda per quanto riguarda il potere d’acquisto. Perciò, un’Europa che va in direzione delle armi e non un’Europa che va in direzione della vita concreta sicuramente non è quella che sognavamo da ragazzini». D – Questa corsa al riarmo può essere un ostacolo ai tentativi d’arrivare ad una sorta di cessate il fuoco o tregua con le trattative in corso tra gli Stati Uniti e la Russia sul conflitto russo-ucraino? «O si parla con la lingua della diplomazia o si parla con la lingua delle armi, perché l’escalation che va in quest’ultima direzione magari accontenta l’industria bellica franco-tedesca, però non va incontro a quelle che sono le esigenze della diplomazia. Anche perché quello che è l’andamento delle operazioni belliche, mi sembra chiaro, suscita il timore che più si protrae il conflitto più la Russia (che è, tra le parti in campo, l’aggressore e non l’aggredito) potrebbe accampare delle richieste maggiori e più gravose rispetto a quanto avanzato adesso». D – Di recente hanno parlato dell’attacco russo a Sumy, in Ucraina. Le versioni ufficiali sono diverse da quelle ufficiose. Erano in corso dei festeggiamenti di militari a cui si erano aggregati dei civili. Il sindaco stesso della cittadina s’era opposto a questa manifestazione per il rischio che diventasse un polo catalizzatore di un’eventuale offensiva dei russi. Subito Zelens’kyj (presidente ucraino con mandato scaduto) ha dato del bastardo a Putin ritenendolo responsabile dell’azione. Secondo lei, il “servitore del popolo”(dal nome del partito politico fondato nel 2017 da Zelens’kyj stesso assieme a Ivan Bakanov) sta cercando veramente la pace o fa di tutto per evitarla e continuare il conflitto? «La questione è piuttosto complessa ed è in piedi da troppo tempo. Con i “se” e con i “ma” è difficile scrivere la storia. Oggettivamente, penso che sia un esercizio umano per tutti noi chiedersi, con dei protagonisti diversi in campo, se ci sarebbe stata un’evoluzione diversa delle cose. Il problema è che il conflitto, ora, pare sia entrato in una fase di stanchezza generale, dove le parti in causa vorrebbero concludere le operazioni. Mi rendo conto d’essere impopolare, ma serve anche la disponibilità ad accettare una pace che non sia la miglior pace possibile o una pace ingiusta. Poi, se guardiamo indietro nel passato, mi vengono in mente, purtroppo, tanti esempi di trattati di pace che sono stati in grado di soddisfare tutte la parti in causa. Comunque, è vero che, ogni giorno in più di guerra, significa un giorno in più di sofferenza e di morti per cui, ripeto, va fatta un’analisi più laica e distaccata possibile. Ritengo che, effettivamente, sia complicato pensare che la pace perfetta possa arrivare». D – L’Unione europea può essere un ostacolo od un qualcosa di positivo in questi tentativi di pace presunta o futuribile? «È una domanda interessante che ci porta a considerare quanto scatenatosi negli ultimi anni, il conflitto in Ucraina e quello in Medio Oriente. Ho assistito a due reazioni molto diverse da parte dell’Unione europea. Sul tema Ucraina c’è stata, almeno nella fase iniziale, una stessa identità di vedute e di intenti culminata in ormai 17 pacchetti di sanzioni che, però, non hanno consentito la conclusione della belligeranza. Questa non è un’opinione, ma un dato di fatto. Dall’altro lato ho visto, per quanto riguarda il Medio Oriente, l’inserirsi di posizioni ideologiche che, invece, hanno spaccato in maniera significativa l’Europa. Resta da capire se, effettivamente, la nuova amministrazione americana riuscirà a compiere la promessa fatta in campagna elettorale. Io non reputo che pochi mesi d’insediamento siano sufficienti per far chiudere uno o più scontri bellici ma, ormai, se c’è reale potenzialità in tal senso è il tempo di vederne i risultati». D – Accennando agli Stati Uniti, vengono subito in mente i dazi di Trump. Fulmine a ciel sereno? Tutti sapevano che erano presenti nel programma elettorale del successore di Biden. Perché tanto bailamme di reazioni a livelli nazionale ed internazionale? «Io mi stupisco di chi si stupisce. Nel senso che non c’è nessuna sorpresa per quanto riguarda il decisionismo americano. Mi ricordo

Read More »

PERLE DI CALABRIA

La Locride incarna davvero un’oasi di benessere totale, un luogo in cui è possibile riscoprire il senso più profondo dell’ospitalità e della connessione con la storia e la natura. La bellezza del territorio calabrese si fonde con un’atmosfera mistica, che affascina chiunque voglia rigenerare corpo, mente e spirito. Passeggiando lungo le coste della Locride, ci si imbatte in spiagge dorate e in paesaggi mozzafiato che sfiorano l’infinito del mar Jonio. Qui il nutrimento non arriva solo dal mare o dai boschi, ma anche dalle ricche testimonianze archeologiche delle antiche città di Locri Epizefiri e Kaulon, che rivelano un passato intriso di miti, storie e culture millenarie. Eppure, se il fascino di queste rovine nutre l’anima, è la cucina della Locride che rapisce i sensi in un vortice di sapori autentici. Il territorio si distingue come una vera roccaforte della gastronomia calabrese, dove l’amore per la tradizione si esprime attraverso piatti che raccontano storie di antiche ricette, tramandate di generazione in generazione, reinterpretate con un tocco di raffinatezza. Al centro di questa rinascita culinaria, il Barone Francesco Macrì spicca come una figura visionaria, quasi un “demiurgo” che, con passione e dedizione, ha saputo valorizzare i sapori della sua terra, trasformandoli in esperienze sensoriali uniche. Grazie a lui, ogni assaggio diventa un viaggio che mescola il piacere del gusto con l’intensità dei ricordi e delle emozioni che solo il cibo autentico e preparato con cura può evocare. (A destra) il Barone Francesco Macrì L’Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì” è un gioiello immerso nel cuore della Calabria, un luogo dove la bellezza del territorio della Locride si unisce a un’esperienza agrituristica autentica. Fondata nel 1991 e situata nella provincia di Reggio Calabria, questa azienda offre un’opportunità unica di vivere la natura calabrese e le tradizioni locali in un contesto che abbraccia il mare e la montagna, con uliveti, vigneti e agrumeti estesi su milioni di metri quadri. Olii, vini  e confetture di produzione propria Prodotti caseari dell´ Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì” Degustazione di specialità locali L’azienda rappresenta molto più che una semplice attività agricola: è un’oasi di pace per chi desidera un momento di relax, ma anche un luogo di esplorazione culinaria dove ogni pasto diventa un viaggio sensoriale, grazie a ricette che fondono sapori tradizionali e raffinatezza. Allo stesso tempo, la cura per l’ambiente e la cultura locale sono evidenti: la coltivazione biologica e il rispetto della biodiversità fanno parte dei valori fondamentali di questa realtà, insieme all’innovazione agricola che non rinuncia alle radici. La “Barone G.R. Macrì” ha sviluppato anche l’agriturismo, proponendo soggiorni e ristorazione in contesti naturalistici incantevoli, ideali per chi vuole scoprire la Calabria in modo autentico. Le sedi a Locri, Gerace e Portigliola sono punti di riferimento non solo per il turismo, ma anche per la promozione della cultura rurale calabrese, integrando percorsi didattici e sociali legati alle tradizioni locali. Da sin.: l´avv.Patricia Arnò e il dott.Ninni Speranza in visita all´Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì” Da sin.: il Barone Francesco Macrì e il dott. Antonino Coco La dott.ssa Elena Filippone, coordinatrice del GAL ( Gruppo Azione Locale) delle Terre Locridee Un brindisi alla vita e al successo dell´ Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì” Il dott. Ninni Speranza e l´avv. Giuseppe Arnò Per chi cerca una pausa dallo stress quotidiano e un’esperienza che unisce cultura, gusto e natura, una visita alla “Barone G.R. Macrì” è un’opzione che invita a lasciarsi sorprendere dalla bellezza della Locride e dal patrimonio calabrese. Visitare la Locride significa quindi vivere un’esperienza completa, dove il viaggio si fa scoperta e celebrazione della bellezza, della storia e della tradizione enogastronomica calabrese, per un benessere che accarezza corpo, mente e anima. Giuseppe Arnò     Per saperne di più sull´ L’Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì visita i siti: https://www.baronemacri.it/ https://www.baronemacri.it/azienda/ https://www.baronemacri.it/contatti/  

Read More »
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

    A “Casa Italia”, turismo a primavera     In prima pagina: il “vertice dei volenterosi” a Parigi, con.

A GOFFREDO PALMERINI E GIUSEPPE DI FRANCO IL BOOK FOR PEACE INTERNATIONAL AWARD 2024 Premio a Denis Mukwebe Antonio Imeneo.

“Chi combatte con i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro.” — Friedrich Nietzsche Peter Thiel, imprenditore,.