EDITORIALE NOVEMBRE 2024

  Il mondo bislacco! Più che “Il mondo al contrario” noi lo definiremmo “Il mondo bislacco”. Lo zar Putin minaccia continuamente di usare l’arma più letale di sempre; il satrapo King Jong-un sforna missili come fossero baguette, per mostrare i propri muscoli e rifornire la Russia a corto di munizioni e, a quanto pare, anche di uomini; l´imperatore Xi Jinping spinge i cantieri navali a produrre portaerei a tutto vapore, per intimorire Taiwan e non solo; l´Ayatollah Ali Khamenei snocciola missili e droni come se fossero grani di tasbeeh (rosari) per equipaggiare Russia, palestinesi e houthi; e gli Hezbollah, forse più utili al Gran Sasso,  hanno trasformato il Medio Oriente in Groviera o Emmental che dir si voglia, a furia di scavare tunnel come talpe meccaniche. Ma cosa succede in Italia? Un mondo a parte I talk show nostrani, tra le tante disgrazie che ci affliggono, fanno a gara per inscenare insensati e interminabili dibattiti sul funzionario bancario disonesto che osò controllare i conti della spesa di politici e no; sui dodici malcapitati forestieri che sono stati traferiti, a torto secondo il Tribunale di Roma, nei centri per migranti in Albania; e sul costo che detta operazione comporta. Gli spettacoli giocosi sono un discorso separato (panem et circenses). Beh, ce n’è per tutti i gusti e non si verrà a dire che non viviamo in un “mondo a parte” più che un tantino bislacco! D’altronde, secondo lo scrittore statunitense Chuck Palahniuk, «Il modo più rapido per chiudere una porta sulla realtà è seppellirsi nei dettagli» ed è ciò che accade: ignoriamo la tragica realtà delle guerre in corso, che sono decine oltre alle più conosciute e a noi vicinissime, per immergerci in una specie di edonismo di massa ovvero occupandoci di inezie, di cronaca spicciola, di game show. «Il pettegolezzo diverte solo noi giornalisti: ce la cantiamo e ce la suoniamo». È quanto affermava Maurizio Costanzo buonanima, ma anche se assicuriamo che il gossip non ci piace, in verità, chi più chi meno, siamo tutti caduti nel piacere specifico dei pettegolezzi. Parafrasando un detto di Papa Francesco, diremmo che le chiacchiere sono una peste, ma aiutano a fare audience. Quell’audience tanto disputata dai conduttori degli spettacoli televisivi, che non riescono a educare, a informare; sanno solo, ahinoi, pettegolare e gli ascoltatori, omologandosi sempre di più alla massa, perdono la fantasia, la capacità di ragionare e… a poco a poco inebetiscono. È notorio che l’Italia si colloca tra le nazioni più longeve col 24% della popolazione di anziani che, secondo le stime di Istat, potranno aumentare fino al 34% nel 2050. Se poi aggiungiamo che una parte di detta popolazione rincoglionisce naturalmente per vecchiaia e un’altra parte inebetisce assistendo a determinati spettacoli scialbi, diseducativi e mirati a distogliere l’attenzione dai veri problemi… si salvi chi può! Moderni studi scientifici hanno provato che invece il buon teatro offre molti benefici psicologici sia a livello personale che sociale; e così è per qualsiasi buon spettacolo. Orbene, è necessario educare i giovani alle buone rappresentazioni teatrali e televisive; non abbandonarli alla mercé dell’informazione e della formazione globalizzate, legate a logiche di potere. Siamo arrivati al punto in cui un numero sempre più esiguo di potenti gruppi editoriali controlla quasi tutti i mezzi di comunicazione, restringendo così, pericolosamente, la diversità dei punti di vista. Detti gruppi rappresentano i «poteri forti», e sovente diffondono all’unisono una certa versione di accadimenti internazionali, che altro non è che una versione di comodo e non la verità, ovvero la corrispondenza tra i fatti accaduti e i fatti narrati. La perversione della città inizia con la frode delle parole La citazione è attribuita a Platone e trasmette un pensiero difficile da confutare. Chi è in grado di operare la scelta e il senso delle parole è anche in grado di definire la realtà; politically correct docet. Restano attuali le considerazioni di Pasolini a cento anni della sua nascita: «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi». In sostanza, Pasolini è stato il precursore di coloro che ci hanno avvertito sui pericoli della dittatura imposta dalla civiltà dei consumi. «Un uomo va giudicato dalle scelte. Non tanto da quelle giuste, ma da come è riuscito a venirne fuori da quelle sbagliate» È un’anonima citazione che ce lo ricorda. Beh… dunque che ne dite: proviamo a fare la nostra storia futura, riabbracciando la nostra libertà e vivendo in modo autentico, significativo e armonico o rimaniamo a suonare tutti la stessa nota? G.&G.ARNÒ

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Il giudice robot: fantascienza o realtà?

    È morta la Giustizia! Con queste parole Alberto Sordi, ne “Il Marchese del Grillo”, si giustifica con Papa Pio VII per aver fatto suonare a morto le campane di tutta Roma, come accade solo quando muore un Papa.  “È morta la giustizia. Io avevo fatto un torto ad un povero falegname giudio ma sono riuscito, corrompendo […] a far condannare quel poveraccio solo perché lui povero e giudio e io ricco e cristiano “. Il Papa lapidario risponde: “Ricordati figliuolo, la giustizia non è di questo mondo ma dell’altro”. Attraverso “Il Marchese del Grillo” il regista Mario Monicelli fa presa d’atto di una triste realtà. Una realtà, purtroppo, esistita ieri e che esiste tutt’oggi: la fallacia della legge e della giustizia! Certo non è facile fare autocritica ovvero riconosce i propri errori, i propri fallimenti e farne ammenda, ma principalmente politica e giustizia o legge e giustizia che dir si voglia, valori su cui si fonda il convivio umano, se affette da fallacie formali o informali vanno indiscutibilmente purgate. Già i classici (Platone e Aristotele) considerano come uno dei valori fondamentali della riflessione politica il concetto di giustizia. Aristotele associa di forma inscindibile detto concetto ad altri due, legge e uguaglianza: «Lex sed dura lex» (La legge è dura, ma è legge) e «Lex aequa omnia est » (La legge è uguale per tutti). In parole povere si stabilisce che sia ingiusto violare la legge e che essa debba essere uguale per tutti, così come troneggia nella scritta delle aule dei tribunali. Politica e Giustizia Ma come vanno effettivamente le cose? Beh, cominciamo col dire che la Costituzione italiana (art.105) riconosce una forma di autogoverno ai giudici, al fine di assicurare l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario dai poteri legislativo ed esecutivo. Infatti il CSM (Consiglio superiore della magistratura) decide su tutti i provvedimenti relativi allo stato giuridico dei giudici: reclutamento, trasferimenti, promozioni, distribuzione delle funzioni e provvedimenti disciplinari. E quando un magistrato commette un reato saranno i suoi colleghi a giudicarlo. Fin qui tutto filerebbe liscio se di tanto in tanto non ci mettesse lo zampino una corrente di giustizia c.d. politicizzata, che rompe l’equilibrio tra i poteri e la “Pacem in Terris” per dirla con Giovanni XXIII (il Papa Buono). Ovverosia accade, dappertutto e non solo da noi, che a volte si giudichi o si proceda a una inchiesta giudiziaria ideologicamente, senza curarsi dell’inevitabile impatto sociale e, perciò, collocando in secondo piano le garanzie individuali e l’aspettativa di ottenere un processo giusto. L’indipendenza della magistratura è il pilastro dello Stato di diritto ed è imprescindibile vuoi per il corretto funzionamento della democrazia vuoi per la salvaguardia dei diritti umani, ma, epistemologicamente parlando, questo assioma avrà valore solo se si dà per scontata l’imparzialità del giudice. Vexata quaestio L’imparzialità ovvero la terzietà, l’indipendenza, e la neutralità del giudice rimane tuttora un punto dibattuto e opinabile dal momento che non si è ancora stabilito in cosa essa consista. Il principale quesito, tra i tanti, è se e in che misura le convinzioni personali e politiche del magistrato possono inficiare una sentenza. Il tempo passa e il nodo non si scioglie! Che fare? Invero di soluzioni per rafforzare il principio dell’imparzialità e dell’indipendenza dell’organo giudicante, pilastro fondamentale per un sistema giudiziario equo e credibile, ce ne sarebbero tante, ma bisognerebbe cambiare le leggi e la Costituzione. Il giudice del futuro In pratica, sappiamo che così tanti cambiamenti sarà difficile che avvengano in tempi brevi, per cui si potrebbe ricorrere a rimedi c.d. “interlocutori”, che già apporterebbero dei buoni risultati a favore dell’inderogabilità del menzionato precetto, l’imparzialità del giudicante. Tra i tanti, ad esempio, i test psico-attitudinali per i futuri magistrati, già introdotti dal governo, con decorrenza 2026. A tal provvedimento non poteva non esserci la reazione del CSM, che ha rilevato una minaccia all’indipendenza della magistratura, ricordando «[…] come il governo autonomo della magistratura conosca già reiterate e continue verifiche sull’equilibrio del magistrato che viene sottoposto a valutazione dal momento del suo tirocinio e, successivamente, con intervalli regolari ogni quattro anni». Il governo, dal canto suo, attraverso il ministro Nordio, ha chiarito che «non c’è alcuna interferenza da parte dell’autorità politica o del governo» sulla magistratura poiché tutta la procedura dei test «è sotto la gestione e la responsabilità del CSM». Altra misura intermedia potrebbe essere l’ulteriore riforma della responsabilità civile dei magistrati, oggi disciplinata dalla legge n. 117/1988, così come riformata dalla legge n. 18/2015 ovvero prevedere casi di applicabilità della responsabilità oggettiva e diretta dei magistrati e, per finire, assegnare al giudicante un consulente speciale: l’AI (Intelligenza artificiale). È infatti innegabile che quest’ultima col tempo possa rappresentare un supporto sempre più rilevante in ambito giudiziario e che chi di essa se ne servirà, rendendo pressoché inquestionabili i propri processi decisionali, potrà rappresentare il giudice del futuro. E poi ancora, dall’IA, strumento di aiuto dei giudici, al “giudice robot” il passo è breve! Arriveremo a tanto? Beh… che dire…  se “TacticAI” è un sistema di intelligenza artificiale in grado di prevedere il risultato dei corner e fornire indicazioni strategiche e concrete nelle partite di calcio, non è detto che “JudgementAI” non possa divenire, un domani non molto distante, il Consulente tecnico d’ufficio (CTU) ovvero il perito del giudice, da sempre peritus peritorum, o che addirittura non possa sostituirlo completamente. A questo punto però sorge il dubbio se l’AI, applicata in ambito giurisdizionale, per meglio garantire l’imparzialità della giustizia, non metta a repentaglio l’umanità della stessa. Probabilmente sì, ma è pur vero che giustizia e umanità pur legate tra loro da motivi concettuali non costituiscono un binomio indissolubile: ci viene in aiuto il chiasmo ne “La caduta” del Parini che recita: “Umano sei non giusto”. D’altronde i sistemi decisionali automatizzati già utilizzati nei Paesi europei costituiscono una prova lampante della graduale robotizzazione della giustizia. Il mondo cambia e il terzo potere dello Stato, che si voglia o no, non è come l’essere immutabile di Parmenide; anch’esso deve adeguarsi. Suvvia, ammettiamolo: la credibilità dei giudici a livelli minimi unitamente agli scandali e al crollo dei grandi teoremi giudiziari

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EDITORIALE SETTEMBRE 2024

De rebus quae geruntur «delle cose che accadono». Le Olimpiadi di Parigi a dire il vero non sono iniziate sotto i migliori auspici né si sono chiuse senza polemiche: atleti sfilanti su battelli fluviali a mo´ di ammutinati del Bounty; coreografie di dubbio gusto (sul detto «scherza coi fanti e lascia stare i santi»… né l’ombra di quel sentimento di profondo e quasi timoroso rispetto verso il sacro); cibo somministrato al Villaggio Olimpico da dimenticare; acque della Senna ben altro che Evian, Perrier e Vichy; negli arbitraggi errori a gogò; poi tanti dubbi e polemiche sulla disforia di genere e non finisce qui. Avviene quindi che, tirando le somme, riscontriamo più difetti che pregi! Intersesso, ma cos’è? È uomo o donna? È maschio o femmina? È nessuno dei due: il termine vuol dire neutro, calco del greco οὐδέτερον (udéteron), ‘né l’uno né l’altro’. Beh, il mondo cambia (poveri noi!) e dobbiamo stare al passo con la fantasiosa evoluzione semantica, che l’esasperato orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti ci impone. Tuttavia il termine neutro, per quel che ci riguarda, ci può star bene, ad esempio, per un genere grammaticale, già presente in diverse lingue; per i colori; per i cavi elettrici; ma per una classificazione del genere homo, beh, no davvero. Eppure … chi lo avrebbe immaginato che il neutro, ovvero questo concetto di liquidità sessuale, ci sarebbe stato proposto come indice di evoluzione sociale e culturale? Ammazza, che evoluzione! L’ambiguità sessuale o intersesso che dir si voglia altro non è, a detta di alcuni studiosi, che il frutto del delirium delle nuove generazioni, imbottite di becera ideologica, che intende omologare il pensiero, lo stile di vita e le identità, sessuale inclusa, in nome di una supposta libertà, fantastica ed estemporanea. Fin dove riusciamo ad intendere, partendo dai primati e fino ai nostri giorni, secondo quanto consegnatoci dalla storia e dalle nostre tradizioni, sappiamo che si nasce uomo (con cromosomi XY) o donna (con cromosomi XX). Per contro, il «pensiero unico», che ci viene imposto come fosse un dogma, persegue lo scopo di riprogrammarci e ammaestrarci sull’identità umana, in particolare sulla struttura della stessa; affettiva e sessuale, in primis. Il gender ideologizzato. A parte ogni altra considerazione e col massimo rispetto per le idee altrui, riteniamo che la teoria del «gender» sia un confronto essenzialmente ideologico e complesso allo stesso tempo: essa rappresenta invero un affronto ai consolidati fondamenti dell’antropologia; una messa in discussione dell’essenza e dei principi della natura umana, cui da sempre si fa riferimento. Un’ideologia, quella del gender che, se non consiste propriamente nel diniego della realtà alla maniera cartesiana (dubbio metodico), si propone di porre l’oggettività tra virgolette, alla maniera scettica, accantonando la nostra “identità naturale” e definendola non più come fattore determinante della personalità, ma come un dettaglio aggiuntivo e secondario. Che sventola… (Fred Buscaglione n.d.r.) Va precisato che questa premessa alla breve disamina che segue ha origine dallo scalpore verificatosi alle Olimpiadi, nello sport pugilistico femminile. Il caso dell’algerina Imane Khelif, medaglia d’oro nella categoria +66 kg della boxe femminile, e della Cinese Liu Yang, medaglia d’argento (stessa categoria), ha infatti scatenato proteste, allusioni e veleni sullo sport pugilistico e non solo, per il fatto che le predette erano state squalificate dall’IBA ai campionati mondiali dell’anno scorso, per non aver superato i necessari test, mentre alle Olimpiadi sono state ammesse a gareggiare nella loro specialità, senza alcun problema. Il casus belli è stato, in particolare, il test effettuato lo scorso anno sulla Khelif che ha rilevato la presenza del cromosoma XY, pur essendo donna. Thomas Bach, presidente del CIO, ha affermato che “non c’è mai stato alcun dubbio” che le due pugili siano donne. Stando così le cose, Khelif e Liu Yang hanno gareggiato nella loro specialità, secondo il CIO, con tutte le carte in regola e non può dicerto qualificarsi riprovevole, se di riprovazione si può parlare, il fatto che Khelif abbia gonfiato di botte e messo KO, alla Bud Spencer, tutte le avversarie, inclusa la pur forte Liu Yang; questa è la boxe! La nostra Angela Carini, giustamente preoccupata per la propria incolumità, al 46º secondo e dopo il primo cazzotto, come accade negli spaghetti western, si è dichiarata vinta, evitando così un fracco di legnate. Tutti contro tutti! Riassumendo, un fatto è certo: quando si tratta di argomenti eticamente sensibili in cui entra strumentalmente la politica, la contesa tra le contrapposte ideologie impedisce che l’argomento sia trattato con logica e sensatezza nell’ambito di un dialogo costruttivo e risolutivo. Ecco allora che le divergenze ideologiche sull’argomento si trasformano in «bellum omnium contra omnes», ovvero in zuffa di tutti contro tutti; e l’insensatezza prevale sulla razionalità. Approfondendo il concetto del questionato problema gender, ritornato ancora una volta alla ribalta in occasione delle ultime olimpiadi, va precisato che la causazione di ogni controversia dev’essere invero addebitata non agli atleti, ma agli organizzatori delle manifestazioni sportive e alle varie associazioni di categoria. A riprova di ciò basta dare un’occhiata agli stracci che volano tra il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) e l’IBA (Associazione Pugilistica Internazionale con sede in Russia e estromessa dai Giochi), principalmente sull’uso dei test genetici. Il politicamente corretto e l’inclusione ad ogni costo ci porta difatti alle controverse conclusioni formulate dal summenzionato Thomas Bach, secondo cui, in netto contrasto con Umar Kremlev, presidente dell’IBA, «se qualcuno ci presentasse un sistema scientificamente solido su come identificare uomini e donne, saremo i primi ad adottarlo». In sostanza, Bach dice che non esiste un modo scientifico consolidato per affermare chi è una donna!  Inoltre, secondo lui, sia il test del DNA con tampone salivare sia il controllo del testosterone sono invasivi, per cui sul genere dell’atleta fa fede il passaporto.Probabilmente Bach non ha mai letto la fiaba di Giulio Gianelli «Pipino nato vecchio e morto bambino». E vabbè, ogni testa è un tribunale, ma c’è anche una buona notizia: il nuovo presidente del CIO verrà eletto a marzo 2025 e per ciò… speriamo bene! Gli asini litigano e i barili si rompono. Ordunque, se

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EDITORIALE AGOSTO 2024

Siamo visionari? In genere si fa la classifica dei posti più belli del mondo, ma a ben pochi viene in mente che il posto più bello del mondo è in realtà tutto il nostro pianeta. «Il mondo che bello che è! Vedi la bellezza dell’arcobaleno sui visi della gente? E l’amore nel saluto degli amici? Che meraviglia l’azzurro di certe giornate, ti guardi intorno e non puoi fare a meno di pensare: il mondo che bello che è!» Con queste parole Louis Armstrong descrive il mondo nella nota canzone «What a wonderful world»: un meraviglioso mondo di pace e fratellanza in cui vivere felici. Ma così non è: viviamo in un rapporto di moderno vassallaggio con conseguente feudalizzazione della società; col costante assillo del «Si vis pacem, para bellum»; e distruggendo di giorno in giorno le bellezze di Madre Natura. Che pena! Si dice che la visione sia l’arte di vedere cose invisibili. Bene, dateci pure dei visionari, ma noi stiamo vedendo scenari che in molti non vedono. Per essere più chiari, al vertice del nuovo ordine mondiale vediamo uno zar, un imperatore e un presidente come tre dèi che, dall’alto del Monte Athos, si atteggiano a ꞋpadreterniꞋ; un momento disputando per la supremazia, un momento accomunati dallo stesso scopo: divenire i padroni del mondo, così come cantano i tre briganti nell’omonima canzone di Domenico Modugno. Al fine di cui sopra, a mo’ dei pupari, che nel teatro dell’opera dei pupi tengono le fila delle marionette, l’infausta «trinità» condiziona la vita e il futuro dell’umana gente. E il volgo? Ah è vero, stavamo per dimenticare… quello sta in platea, incantato dagli attori principali: i paladini al servizio dell’imperatore Carlo Magno, la principessa Angelica, i saraceni (nemici dei paladini) e il traditore Gano, che a nostro modo di vedere altri non sono che i capi di governo poltronari ovvero quelli che… beh, come dire, quelli che, tanto per intenderci, non mollano mai l’osso. Questa è la nostra visione. Ma è solo una visione? Non è forse così che in realtà stanno le cose e che sotto questo aspetto non si vogliono vedere? Certo è che quotidianamente l’attenzione popolare viene attratta dalle marionette e non dai pupari: si esulta, si litiga, si discute, per esempio, per l’effetto e non per la causazione dell’esito delle elezioni in Francia, dove tutto sommato non ha vinto nessuno. Piccole cause, grandi effetti. Il caos deterministico, è la scienza che studia i grandi effetti provocati da piccole cause. Lo studioso statunitense George Cowan, circa quaranta anni fa, effettuava una serie di studi sulla complessità ed eleggeva il caos a «scienza del XXI secolo» e a fondamento della ricerca sui sistemi complessi. In altre parole, si è dimostrato scientificamente che piccole cause producono grandi effetti, anche se sussiste un’impossibilità gnoseologica, con gli attuali mezzi scientifici a disposizione, di prevedere i dettagli degli eventi di là da venire. A questo punto sorgono delle domande: chi ha provocato il caos in Francia; lo scioglimento del Parlamento; e le nuove elezioni? Le Pen in ascesa fulminante di popolarità o piuttosto qualche puparo, che ha cercato di destabilizzare il Paese e, conseguentemente, l’equilibrio europeo? E chi ha manovrato sottobanco in Germania dove i nazionalisti tedeschi di Alternative für Deutschland,incredibile a dirsi, hanno preso più voti dell’Spd, il partito del Cancelliere Olaf Scholz? L’ingegneria sociale, l’alterazione dell’informazione, i social media e la manipolazione dell’opinione pubblica sono quelle «piccole cause» che possono produrre i «grandi effetti». È quanto sostengono gli studiosi di sociologia politica che esaminano le relazioni fra politica e società, con particolare riguardo alla dimensione del potere e del conflitto nei diversi ambiti sociali e istituzionali. Questi concetti darebbero dunque una risposta a quanto è avvenuto in Francia e non solo. Ritornando ai nostri tre fortuiti «compari», termine, quest’ultimo, da intendersi nell’accezione familiare, è certo che il caos è la loro arma preferita. Esso, infatti, è il miglior partner del Cremlino: corre voce che poco prima delle elezioni europee, la Russia e i suoi alleati si siano adoprati non poco per influenzare i risultati tramite siti “informativi”, politici in campagna elettorale e intelligenza artificiale, ovvero mettendo a frutto tutto ciò che la tecnologia e la furbizia umana possono offrire. XI Jinping, dal canto suo e da buon padreterno,‘osserva’ costantemente il mondo dall’alto: la Cina è notoriamente uno dei paesi leader nella produzione di palloni e palloncini. Tra quelli decorativi, quelli meteorologici e quelli sospetti di spionaggio, vacci a capire qualcosa: è tutto un caos! Biden, ancorché poderoso, che rebus, che caos anch’egli! Dei tre ‘pupari’, appare come il più fragile, fisicamente. Tempus omnia medetur (il tempo cura tutto) recita un motto latino, ma… non l’età. Eppoi, dopo l’attentato a Trump, sull’anziano presidente si è abbattuta anche una maggiore fragilità politica, che lo ha indotto a ritirarsi dalla corsa elettorale. Il popolo americano, in certi casi, è particolarmente emotivo di fronte alla violenza e… se non sai gestire le emozioni, esse gestiranno te, con quanto ne consegue. È Deborah Rozman, nota psicologa, autrice ed educatrice ad affermarlo. Comunque sia, caos a parte, siamo rimasti in tre […] dice la canzone di Modugno e tant’è! E tutti gli altri non contano niente? Assolutamente niente! Infatti, tutti gli altri, immaginari potentati, ignorando di essere semplici pedine in una grande scacchiera planetaria, si illudono di tener banco. Allo scopo esaminiamo i più noti: il sultano Erdogan «il pacificatore», si fa per dire, prova a stare con due piedi in una scarpa: condanna l’aggressione all’Ucraina, ma non partecipa alle sanzioni occidentali contro la Russia. Ergo… giudicate voi…; Orban, correndo tra Mosca e Pechino, comincia a discoleggiare troppo per i gusti di Bruxelles, e pone di conseguenza in rischio la sua presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea; Ursula von der Leyen, infine, ancorché dopo laboriose consultazioni l’abbia spuntata ottenendo il bis del suo mandato, si atteggia a prima della classe; una classe, però, che sa di studenti fuori corso e pluriripetenti. Per dirla con Shakespeare, insomma, tanto rumore per nulla, in quanto i citati potentati, accecati dall’ambizione personale, non si rendono conto che a comandare sul serio non sono loro, ma, per un verso o per l’altro, i nostri immaginari tre pupari. Questi ultimi, stando così le cose, ringraziano la rediviva «rete vassalla» e sotto sotto la ringrazia fors’anche Meloni, per non essere

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EDITORIALE LUGLIO 2024

Elezioni europee. Già in difficoltà, l’asse franco-tedesco adesso traballa fortemente: les jeux sont fait per monsieur Macron con l’ascesa alla ribalta elettorale del giovane Jordan Bardella e il Bundeskanzler Scholz esce dal voto elettorale ancora più indebolito di quanto pensavamo che fosse. E per dirla con Lucio Battisti (Pensieri e Parole n.d.r.), per entrambi… nuovi giorni e nuove notti si avvicenderanno. L’Europa, secondo l’orientamento di tendenza, si sposta sempre più a destra: sono ormai i personaggi a prevalere sui partiti politici in sé; e i vecchi equilibri scricchiolano inesorabilmente. Se le nostre considerazioni sono esatte, una nuova Europa si potrebbe presentare all’orizzonte e forse, anche se non sarà così facile, sarebbe la volta buona per mettere ordine in casa, la casa comune di noialtri europei, asfissiati dal «politicamente corretto», dal «patto verde» e da carrettate di fantasticherie brusselliane. In altri termini, parafrasando un aforismo di Max Weber, si vivrà finalmente «per» la politica oppure si continuerà a vivere «della» politica? Il futuro ce lo dirà! Un G7 benedetto dal Papa. Il recente G7, presieduto dall’Italia in persona del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la vincitrice assoluta delle recenti elezioni, è stato solo l’inizio del nuovo giro di incontri politici al massimo livello, che dovrebbero portare a definire, speriamo, un migliore assetto dell’equipaggio e dello skipper della barca Europa. Borgo Egnazia, sede della riunione e definito come il resort più bello del mondo, non solo ha proiettato, concordemente con quanto asserito da Albano Carrisi, il territorio pugliese oltre i confini europei, ma è stato certamente all’altezza della situazione. Infatti, il sito da favola e le eccellenze culinarie hanno dicerto realizzato la magia di un week end da sogno. Auguriamoci, però, che le decisioni che sono state prese colà non rimangano nel mondo dei sogni; sarebbe un errore imperdonabile con i tempi che corrono. E poi, e poi, non bisogna dimenticare che in detta occasione la presenza del Papa (è la prima volta che un pontefice partecipa a una riunione del G7 e per ciò questa è stata un avvenimento storico), applauditissima da tutti i capi di Stato, e il di lui consiglio di leggere il romanzo «Il Padrone del mondo» di Robert Hugh Benson (tratta di un potere mondano che seduce il mondo e si erge al posto di Dio) potrebbero essere stati fonte di riflessione e d’ispirazione per i poderosi astanti. E chissà infine che la luce divina, probabilmente invocata dal nostro amato Pontefice, quella che ci nutre di speranza nei momenti difficili indicandoci la strada di un nuovo inizio, non abbia illuminato i cuori, ma soprattutto le menti dei potentati, padroni dei destini umani? «O si pensa o si crede» afferma Arthur Schopenhauer; in questo caso vogliamo pur credere all’amore divino (Deus caritas est) nei confronti di noialtri peccatori. Casa nostra.   Spostando l’attenzione adesso verso casa nostra, per quanto riguarda la politica nazionale dopo le elezioni europee, c’è poco da commentare: il governo ne esce significativamente rafforzato e si delinea un bipolarismo con all’opposizione la Sinistra, ringalluzzita per i buoni risultati. Le débâcles del Movimento 5 stelle, dei centristi liberali e degli altri piccoli partiti confermano quanto sopra. Di sensazionale, per un verso o per altro, abbiamo assistito alla valanga di voti presi dal generale Vannacci e all’elezione ad europarlamentare di Ilaria Salis. Insomma, oltre a ciò, nel momento in cui scriviamo, si vive il solito tran tran interrotto dai commenti sul disastro del nostro calcio a Euro 2024; dalle discussioni sulla promulgazione da parte del presidente Mattarella della legge quadro sull´Autonomia differenziata e, guarda un po’, anche dallo stancante gossipare sul presunto nuovo fidanzato di Chiara Ferragni. Ma lasciamo per la prossima edizione l’analisi geopolitica e le considerazioni sui possibili scenari che potrebbero presentarsi nel nuovo Parlamento europeo; avremo più elementi concreti a disposizione, anche se per l´Italia sarà difficile ottenere una vicepresidenza con un portafoglio che sia di peso, dal momento che i poltronari di Bruxelles non sembrano disposti a mollare l’osso e a rammentarsi che il telos (fine) delle leggi è la condotta al bene comune (Tommaso – Somma Teologica) e non agli specifici  interessi… partitici.  Italia gourmet. Adesso giriamo pagina e privilegiamo piuttosto il discorso sulla culinaria d’eccellenza, quella che tutto il mondo ci invidia. A dicembre 2025 un comitato intergovernativo deciderà sulla candidatura Unesco della cucina italiana. Stiamo per affiancarci a Francia, Messico, Giappone Corea, che hanno già avuto il prestigioso riconoscimento della loro cucina. Ora tocca a noi! Del resto, oltre alla universalmente riconosciuta bontà delle nostre portate, v’è da segnalare che nel 2023, secondo Deloitte, con un giro d’affari di circa 42 miliardi, i ristoranti italiani si posizionano in testa alla classifica europea per fatturato. Il modenese Massimo Bottura, gastronomo e imprenditore italiano, chef tre stelle Michelin e prescelto a cucinare per i grandi della Terra al G7, ha sottolineato che il nostro è «un Paese che vive di poesia e quello che facciamo, lo facciamo con passione […]». Una passione, diremmo, che trasmette emotività attraverso la gustosità delle creazioni gastronomiche, che al G7 hanno avuto l’opportunità di provocare un indimenticabile orgasmo culinario ai capi di Stato di mezzo mondo. E, diciamocelo pure, l’Italia, con oltre cinquemila eccellenze agroalimentari censiti dal Ministero dell’Agricoltura, è il Paese con la più alta densità di eccellenze eno-gastronomiche del pianeta. Peccato che, la prima sera a Borgo Egnazia, Biden abbia saltato la cena a causa della stanchezza; non sa cosa si è perso… ma avrà avuto certamente modo di recuperare nei giorni successivi. L’ultimo pranzo. Dopo la kermesse gastronomica dei primi due giorni, il summit si è concluso con un servizio a buffet. Bene, sotto il profilo semantico il termine buffet parrebbe diminutivo se comparato con «pranzo ufficiale» o con «cena di gala», ma non lo è stato nel nostro caso vuoi per la prelibatezza dei piatti vuoi per l’eccellenza dei vini serviti; i migliori in assoluto. Riflessione. Alla fine, in questo mondo bizzarro, impecorito e infelice, vada come vada la «spartizione dei pani» sugli incarichi più importanti nel consesso europeo, ma una questione rimane assodata: per una cosa o per altra in molti continueranno a parlare a lungo del G7 in Puglia; se non tanto per i risultati politici ottenuti, di sicuro per il fatto di essere stati gradevolmente stregati dai luoghi magici, dalla nostra cucina e dalle nostre squisitezze. È già un successo,

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Dove andremo a finire?

È la domanda che ci poniamo in ogni epoca con una certa preoccupazione: il passato, si sa, è storia, ma il futuro è mistero! Dove andremo a finire è il titolo del libro di Alessandro Barbano, edito dalla Einaudi, in cui otto grandi intervistati tra i più autorevoli intellettuali italiani provano a raccontare ciò che il futuro ci riserva. Un dubbio sempre più patologico “Dove Andremo a Finire” è anche il titolo di uno dei «pensierini» in cui Umberto Eco, in forma stringata ed efficace nonché con l’usuale ironia che lo distingue, ci propone alcune domande relative al nostro futuro. Per quanto riguarda il futuro, più indietro nel tempo, Epitteto, filosofo greco ed esponente dello stoicismo, asserisce che bisogna distinguere da ciò che dipende da noi ciò che non dipende da noi e suggerisce di non preoccuparci eccessivamente dell’incertezza che riguarda il futuro, così motivando: «Concentrarsi sul presente permette di affrontare le sfide una alla volta anziché soffrire per eventi che potrebbero o non potrebbero mai verificarsi». E poi, lo scrittore Igor Sibaldi, nel «Libro delle epoche. Come non farsi intrappolare dalla civiltà occidentale», afferma che la civiltà è un organismo vivente, che si rinnova ciclicamente ad ogni 72 anni e che, se non faremo nulla di nuovo nell’attuale ciclo, sapremo di già cosa ci riserva il futuro: il déjà-vu. Possiamo quindi dedurre che, se riuscissimo a proporci nuove vie, il futuro sarebbe differente, seppur sempre ignoto. In sostanza, dopo quanto esposto, il dubbio sugli arcani disegni dell’avvenire o su qualsiasi scelta che la vita ci presenta altro non è che la mancanza di certezza su ciò che sarà, su ciò che faremo, su dove andremo a finire. Al riguardo ci piace riportare una definizione tanto felice quanto espressiva dello scrittore comisano Gesualdo Bufalino, che così recita: «Il dubbio è una passerella che trema tra l’errore e la verità». D’altra parte chi non conosce i dubbi e le paure di Dante, prima di attraversare le porte dell’Inferno, e quelli esistenziali dell’uomo occidentale, descritti da Nietzsche ne «La concezione del tempo»? E non dimentichiamoci dei filosofi del dubbio, da Platone a Sant’Agostino, del dubbio metodico [Cartesio n.d.r.], e via dicendo. Questi sono solo alcuni riferimenti a generi letterari e a personaggi illustri, che citiamo per la loro notorietà, ma la considerazione, la domanda e perché no il dubbio, sia come passaggio obbligato per raggiungere la verità sia come interrogazione sul nostro futuro, ci assillano, come dicevamo sopra, da sempre e all’infinito. «Ci sono uomini che vivono di certezze e non hanno mai dubbi: quelli non vivono, esistono». È quanto sostiene lo scrittore pietrasantese Romano Battaglia, e a buona ragione. Infatti, il dubitare è connaturato in noi e del pari si può dire dello sforzo di trovare delle ragionevoli risposte agli insorgenti dubbi. Naturalmente il dubbio non deve trasformarsi in patologico ovvero nel dilemma che paralizza e che lascia una persona sperduta in un labirinto morale senza via d’uscita, nonché in disturbo ossessivo, compulsivo, dal momento in cui, anziché sfociare in una risposta, dà vita a nuove domande, a nuovi inquietanti quesiti. Esso deve mantenersi entro i limiti della ragionevolezza e non oltre. Purtroppo, oggi vaneggiamo in una società dalla cultura e dai valori umani mistificati e non nella società conosciuta e vissuta da coloro i quali hanno raggiunto il traguardo dell’adultità. Altri tempi… quelli passati! Ormai, ahinoi, ci siamo ridotti a vivere in una generazione omologata di smartphone dipendenti, di automi, i cui fini e mezzi stabiliti dal weberiano Ꞌagire socialeꞋ sono dettati da precetti di natura ideologica ed economicistica a cui è vietato disobbedire. E non solo, se acconsentiamo a vivere sotto la dittatura del «politicamente corretto», sempre più impecoriti e appiattiti, non avremo più dubbi di sorta; non vivremo ma vegeteremo. E ciò sarà perché abbiamo permesso che il nostro pianeta si trasformasse in un mondo quasi alla rovescia e… questo è quanto. Che fare? Altro dubbio! Allora? Delle due una: o ce la prendiamo comoda conformandoci al carpe diem di Epitteto, dal momento che, a suo dire, il futuro è un’incognita e non dipende da noi o, se invece riteniamo che esso dipenda in qualche modo da noi, dobbiamo darci da fare per cercare di gestirlo convenientemente. In altre parole, anche se il futuro è inconoscibile, le decisioni che prendiamo oggi possono avere risvolti significativi non solamente sulla nostra vita di tutti i giorni, ma anche su quella di chi verrà dopo di noi. Certamente, ribadiamo, il futuro è un’incognita, ma almeno, in certa misura, la realizzazione dei nostri progetti, dei nostri sogni, dipende dalle nostre scelte e da come agiamo. Il sogno europeo Eccolo il nostro sogno: vivere in pace; in un’Europa forte, coesa e rigogliosa, educata ai valori della solidarietà, precondizione della libertà e dell’eguaglianza; in un’Europa rispettata, modello democratico e barriera contro le velleità espansionistiche di chicchessia; in un´Europa che, riportandoci alle parole rivolte ai leader europei dal compianto presidente David Sassoli, innovi, protegga e illumini; e, infine, in un´Europa libera dall´ecolatria [il dio verde n.d.r.] , dai “puritani” dell’ambientalismo nonché dal burocratese amministrativo e soprattutto mentale. Cerchiamo di essere migliori di quello che siamo; ci meritiamo di più e finché siamo in tempo! Eh già… la data della fine del mondo, per fortuna, non è stata azzeccata dai Maya, ma secondo l’esperto di storia dell’arte, Guido Carlucci, autore de «Il Codice da Vinci l’invisibile», Leonardo avrebbe previsto la fine del mondo nel 2025, data nascosta nelle pupille di Cristo nel dipinto «Salvador Mundi». Apocrifia? Lo speriamo vivamente! Europa, ultima chiamata Orbene, con tutto il rispetto per le capacità immaginative e per la fantasia scientifica di certi stimati studiosi, ritorniamo alla quotidianità, ricordando che siamo già prossimi alle elezioni e che gli elettori italiani sceglieranno 76 deputati per l’Europarlamento. Ciò stante, mettiamo al bando le sterili o inutili polemiche e le strumentalizzazioni politiche su Salis, su Toti, sul caso Bari, sul profumo di Fassino, sulla pittoresca espressione «[…] me la possono sucare» di Miccichè, sulla frase pronunciata di recente da Papa Francesco «Nei seminari c’è già troppa frociaggine» e via cantando e piuttosto occupiamoci, per una volta tanto e con la dovuta serietà, del nostro futuro, della nostra sopravvivenza! Ammettiamolo pure, ormai abbiamo le tasche piene dei processi mediatici; della cronaca nera; della teledipendenza dai

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