La terra trema, noi strepitiamo

Quando il sisma è geologico, ma la caciara è tutta umana Il Centro Italia trema ancora. E subito partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la fine del Paese e chi, più modestamente, un ultimatum alle Istituzioni. Una sorta di comunicato tellurico: “Se non la finite con questa caciara politico-giudiziaria-opposizionista, provvedo io a un ripulisti selettivo”. Un’esegesi ardita, certo. Ma di questi tempi l’ardire non manca. Siamo diventati esegeti del bradisismo e commentatori del magma, mentre fatichiamo a interpretare una norma scritta in italiano corrente. Socrate, prima di bere la cicuta, ricordò a Critone: “Siamo debitori di un gallo ad Asclepio”. Ringraziava il dio della medicina per la guarigione dalla vita, considerata malattia dell’anima. Noi, più prosaicamente, sembriamo debitori di un gallo a qualche divinità della moderazione. Ma il pollaio è rumoroso e nessuno sente più nessuno. Viene presentata una bozza di riforma elettorale e, apriti cielo, si evocano i numi tutelari della Prima Repubblica: Giulio Andreotti e Bettino Craxi avrebbero votato “Sì” al referendum sulla Giustizia, assicurano i figli. Basta questo per scatenare reazioni a catena, analisi medianiche, scomuniche preventive. Nel frattempo il Cpr in Albania “funziona”, un sondaggio manda in tilt i Cinque Stelle, e ogni giorno offre il suo bravo incendio da spegnere con benzina fresca. Il diritto di critica è sacrosanto, anzi, è ossigeno costituzionale. Ma l’ossigeno, se saturo di veleni, diventa smog. Un’opposizione che si limiti al “no” perpetuo non è ortodossa: è monotona. E la monotonia, in politica, è più pericolosa dell’errore. Poi ci sono le sentenze creative, quelle dubitative, quelle che fanno discutere più per l’estro che per la toga. La magistratura è pilastro della Repubblica; ma anche i pilastri, se oscillano troppo, fanno venire il mal di mare ai cittadini. Nessun contrappasso dantesco nel nostro caso, per carità: solo un volo pindarico, nato da uno scarto di memoria liceale. Però la sensazione è che ognuno scrolli la responsabilità sull’altro, come se la colpa fosse un soprabito fuori stagione. E allora torniamo al sisma. Le spiegazioni geologiche e vulcanologiche esistono, solide e verificabili. Il resto è metafora. A noi piace immaginare la Terra come un cane che si scrolla: un “shake off” planetario. Un gesto istintivo per liberarsi dallo stress, per ripulirsi da un eccesso di tensione. Di tensioni, alla Madre Terra, ne abbiamo regalate una vagonata. Ingrati e litigiosi, trasformiamo il paradiso in un talk show permanente. E poi ci stupiamo se trema. La Terra resta un paradiso. L’inferno, semmai, è non accorgersene. E se proprio il sisma fosse un messaggio, non sarebbe un avvertimento apocalittico ma una lezione elementare: meno strepito, più sostanza. Perché i terremoti passano; le macerie morali, se non le sgomberiamo noi, restano. E non c’è Protezione Civile che tenga. Giuseppe Arnò * Immagine originale: https://www.ingv.it/

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EDITORIALE OTTOBRE 2025

La flottiglia dei buoni sentimenti Vele spiegate verso Gaza, tra illusioni romantiche e realtà che non fa sconti.   C’è sempre una parte d’Italia, e d’Europa, che, quando sente odore di avventura, non resiste. La chiamano solidarietà internazionale, ma somiglia molto a un turismo dell’indignazione. Così la Global Sumud Flotilla è partita: un’armata Brancaleone in barca a vela che gioca con il diritto internazionale come fosse la tombola di Natale. Gli avvertimenti erano chiari: Mattarella, Meloni, Tajani hanno parlato. Ma per questi orecchi, avvezzi solo al suono del vento, erano parole al… vento. Alla linea di confine delle acque israeliane non li attende la gloria, bensì l’avviso di dantesca memoria: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.” E magari un drone, più eloquente di mille sermoni. È un po’ come se un gruppo di suffragette si spingesse oltre il fronte russo in Ucraina con l’intento di portare conforto. Lodevole, certo. Anche eroico. Ma soprattutto inutile. Perché la realtà, crudele com’è, non ha tempo da perdere con i gesti simbolici. E allora ci siamo: nei prossimi giorni la storia avrà il suo epilogo. Giro di boa e ritorno a casa, con annesso racconto epico davanti alle telecamere, oppure arresto e rispedizione al mittente. In ogni caso, un nulla di fatto. Nel frattempo, alle porte d’Europa, Putin si diverte a farci sudare con i suoi droni e i suoi missili. E noi, invece di preoccuparci del serio, stiamo dietro a chi confonde la geopolitica, con rispetto parlando, con la Barcolana. Poveri noi. G.& G. ARNÒ  

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EDITORIALE SETTEMBRE 2025

Corte Penale Internazionale: la Giustizia con l’Optional Una Corte nata per fermare genocidi e tiranni, finita per rilasciare comunicati stampa   Nata per giudicare tutti, ma obbligata a guardare dall’altra parte quando perfino gli Stati aderenti si rifiutano di collaborare. La trovata era geniale, ammettiamolo: un Tribunale Penale Internazionale per mettere fine all’impunità dei criminali più efferati del pianeta. Genocidi, guerre, aggressioni, torture: finalmente la giustizia mondiale avrebbe alzato la voce contro chi si credeva intoccabile. Poi, come spesso accade, dal sogno all’incubo il passo è stato breve. La Corte è nata con una missione titanica ma senza muscoli: emette sentenze che nessuno è obbligato a far rispettare, i mandati d’arresto restano carta da parati negli uffici dell’Aia e i potenti della Terra, quelli della lista dei “wanted”, continuano a sfilare sorridenti nei summit internazionali. “La Giustizia non è di questo mondo, ma dell’altro”, diceva Papa Pio VII nel Marchese del Grillo. Mai battuta fu più profetica. Perché se davvero la giustizia terrena dovesse incarnarsi nella Corte dell’Aja, allora si capisce bene perché i santi abbiano preferito attendere quella divina. In effetti, di giustizia internazionale se ne vede ben poca. Si processano leader africani  in pensione o dittatori di Paesi senza voce in capitolo, mentre i grandi della Terra siedono indisturbati sul trono della geopolitica, osservando con aria divertita. La selettività delle accuse è così evidente che non serve scomodare grandi teorie complottiste: basta aprire l’elenco dei processi per capire chi comanda. Ma del resto, sarebbe ingenuo aspettarsi altro. Ci sono Paesi in cui la Giustizia si occupa solo di giustizia, ma con il sottofondo politico inevitabile, come musica d’ascensore. Altri in cui la Giustizia fa apertamente politica. E altri ancora in cui Giustizia e Politica coincidono del tutto, al punto che nessuno distingue più il giudice dall’onorevole. In ognuno di questi scenari resta centrale il tema della giustizia giusta, l’epicheia. Essa richiede prudenza, saggezza e rigore, quasi a combinare nell’esercizio della giustizia le altre virtù cardinali, come ricordavano Sant’Agostino e San Gregorio Magno. Ma di questa giustizia giusta si è persa la traccia. Pretenderla nelle sentenze internazionali? Utopia pura. E qui sta il nodo: come si può pretendere che la CPI si liberi dal peso della politica, quando, come ricordava Aristotele, l’uomo è per natura un animale politico? La giustizia nasce dall’uomo, e dunque dalla politica: impossibile separare madre e figlia senza generare un mostro. Le regole, comunque, erano chiare sin dall’inizio: Stati Uniti, Russia, Israele e Cina non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma. Non perché amanti della guerra, ma perché allergici a farsi giudicare. Chi governa il mondo non gradisce che un tribunale internazionale ficchi il naso nelle sue operazioni “umanitarie”. Così, mentre il cittadino comune deve rispondere della multa per divieto di sosta, i leader globali possono bombardare, invadere, deportare senza troppe ansie giudiziarie. A rendere il tutto più pittoresco, le indagini preliminari della CPI talvolta si basano anche sulle notizie stampa. Ma davvero qualcuno pensa che la stampa sia indipendente e immune da pressioni? In questi casi, la Corte finisce per assomigliare più a un osservatorio mediatico che a un tribunale. Il Consiglio di Sicurezza ONU, poi, completa l’opera: ha il potere di bloccare le indagini del Procuratore per un anno. Basta che uno dei membri permanenti, guarda caso gli stessi che non hanno ratificato lo Statuto, alzi il ditino, e la giustizia internazionale entra in pausa. Come Netflix. Alla fine, la CPI è rimasta un simulacro di giustizia: forte con i deboli, inesistente con i forti. Perfetta per processare miliziani africani o satrapi in pensione, ma incapace di sfiorare i veri colossi della geopolitica. Risultato: i popoli vedono che i potenti la fanno franca, la fiducia nel diritto crolla, e la Corte diventa più uno strumento geopolitico che un tribunale. La soluzione? Qualcuno propone sanzioni economiche o l’esclusione dai contesti internazionali per chi ignora i mandati. Ma finché chi decide le sanzioni coincide con chi dovrebbe subirle, la Corte resterà un nobile esperimento… con valore puramente decorativo. Così la Corte Penale Internazionale rimane sospesa tra il sogno e la caricatura: tribunale universale solo sulla carta, tribunale selettivo nella pratica. Un’istituzione che promette imparzialità assoluta, ma che troppo spesso si rivela lo specchio deformato dei rapporti di forza globali. E allora, con un filo di sarcasmo e un pizzico di rassegnazione, non resta che ripetere la domanda finale:Esiste giustizia giusta in questo mondo? Forse aveva ragione Giolitti, che con il suo cinismo lucido spiegava il diritto meglio di mille trattati:“Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano, per qualcuno si eludono.” La CPI, più che una Corte, sembra l’ufficio traduzioni di questa massima immortale. G. & G. Arnò

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EDITORIALE AGOSTO 2025

Europa, unita sì… ma solo per lo sconto doganale     Raggiunto l’accordo tra UE e USA per calmierare i dazi al 15%: l’unica politica estera europea che funziona è quella al supermercato. Chi ci guadagna? Tutti, ma a patto di non chiedere troppi dettagli.   Ma quale politica estera europea! Ci prendiamo in giro? L’Unione Europea come attore internazionale? Solo se si parla di tariffe. Il recentissimo accordo con gli Stati Uniti sui dazi, fissati al 15% per una serie di prodotti chiave, sembra essere l’unico caso in cui Bruxelles riesce a parlare con una voce sola. Miracolo? No, interesse economico. Perché, come sempre, quando c’è di mezzo il portafogli, l’unità si ritrova. Altro che Palestina, Africa o Ucraina. Nel frattempo, sullo scacchiere internazionale ogni Stato membro continua a giocare per conto proprio, con mosse da solista che metterebbero in crisi anche un maestro di scacchi cieco. L’uscita di Macron sul riconoscimento della Palestina, le iniziative di Spagna, Irlanda e perfino della Norvegia (ospite fissa senza diritto di voto), ci ricordano che il coordinamento europeo è più una fantasia erotica che una strategia geopolitica. Il termine “politica estera europea” ormai suona come uno di quei vecchi slogan pubblicitari tipo “consegna in 24 ore” o “offerta limitata”: tutti sanno che non è vero, ma fa ancora scena. Coordinamento europeo? Al massimo c’è coordinamento per la stampa dei volantini. In compenso, a Bruxelles continuano a parlare con entusiasmo della “voce unica dell’Europa nel mondo”, ma si tratta evidentemente di un problema di udito. Più che una voce, si sente un coro stonato in cui ogni Paese canta la sua parte, spesso anche fuori tempo. L’Italia, come sempre, partecipa con entusiasmo, ma dimentica il testo. Un accordo doganale e mezzo miracolo: ecco la vera Unione Eppure, attenzione: l’accordo commerciale raggiunto con Washington è stato salutato da molti politici ed economisti come una prova di maturità dell’Europa. O almeno del suo istinto di conservazione. Perché se da un lato dimostra che si può ancora negoziare in blocco, dall’altro ci ricorda che l’unico tema su cui si può contare su Bruxelles è il commercio. Meglio se si parla di acciaio, formaggi o chip e non di diritti umani, difesa o sanzioni. Von der Leyen l’ha definito “il più grande accordo commerciale mai raggiunto”. Forse anche perché è l’unico vero che si possa presentare con orgoglio in una conferenza stampa senza che qualcuno faccia una domanda imbarazzante. Ma chi ci guadagna davvero? Apparentemente tutti. Gli europei tirano un sospiro di sollievo sull’agroalimentare e l’industria automobilistica. Gli americani mantengono la barra del protezionismo moderato e portano a casa un bel messaggio elettorale. I cinesi osservano e prendono appunti. E i britannici? Probabilmente si sono persi l’email. Interesse nazionale, 1 – Europa unita, 0 In questa Europa che riesce a unirsi solo davanti a una minaccia doganale, resta comunque evidente il punto: non esiste un’identità strategica condivisa. Ognuno continua a ballare da solo, tranne quando arriva la musica dei dollari. A quel punto, improvvisamente, ci si ritrova tutti a fare la stessa coreografia – magari goffa, ma almeno coordinata. Macron, sempre più acrobata tra l’europeismo e la grandeur francese, lo sa bene: si può essere paladini dell’Unione la mattina e portabandiera dell’interesse nazionale il pomeriggio. È il nuovo stile continentale: elastico, adattabile, altamente performativo. Un po’ come certi tessuti tecnici. Considerazioni finali (senza dazi): Alla fine, la politica estera europea esiste. Ma è una specie particolare: compare solo in presenza di minacce economiche, di preferenza in forma di Excel. Per il resto, resta sospesa tra i sogni di Altiero Spinelli e le risatine ciniche di chi osserva come ogni Stato vada per conto suo con la disinvoltura di chi sa che nessuno lo fermerà. Che ci sia bisogno di cambiare testa, norme, ambizioni e forse anche abitudini alimentari è fuori discussione. Ma nel frattempo, consoliamoci: l’accordo sui dazi dimostra che, se stimolati nel modo giusto (cioè sul punto giusto), gli europei riescono ancora a fare qualcosa di buono e insieme. Peccato che la geopolitica non si possa pagare con la carta fedeltà. G.& G. ARNÒ

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EDITORIALE LUGLIO 2025

La Cina ci prova, ma l’Europa ha già scelto l’America (e pure il suo cow boy) Pechino seduce, ma a Bruxelles piace il cavallo di Trump. La crisi in Medio Oriente rafforza il richiamo dell’Occidente: militare, culturale e persino affettivo. E alla fine, l’Europa si riscopre americana dentro. La crisi in Medio Oriente, tra razzi, droni e retoriche al calor bianco, non fa altro che ribadire una verità elementare: l’Europa, quando deve scegliere, guarda a Occidente. Ci sarà pure la tentazione cinese, tra auto elettriche BYD e discorsi zuccherati sulle “partnership strategiche”, ma l’amore – quello vero – resta per gli Stati Uniti, anche quando a guidarli è il cow boy meno diplomatico di sempre: Donald Trump. Pechino ci corteggia. A febbraio, il diplomatico Wang Yi, con il sorriso di chi sa vendere anche il deserto ai beduini, ci ha proposto un futuro “luminoso” insieme, una meravigliosa alleanza per guidare il mondo verso pace, prosperità e progresso. Bellissimo, sulla carta. Peccato che, quando bisogna comprare, le auto cinesi ancora non fanno battere il cuore europeo, che continua ad andare in brodo di giuggiole per Tesla, SUV americani e, ovviamente, per il mito del made in USA. La verità è che l’Europa, da Trump in poi, ha riscoperto il suo DNA: occidentale fino al midollo. Certo, il tycoon ci tratta come scrocconi, ci insulta a giorni alterni e parla come un oste alla sagra della porchetta, ma alla fine, senza di noi, lui sarebbe poco più di un passero solitario. E noi, senza di lui, ci sentiremmo un po’ orbati. Poi, ci sono i fatti. L’attacco americano ai siti nucleari iraniani ha ricordato al mondo chi comanda davvero: gli USA e i loro bombardieri strategici – cento per parte tra Washington e Mosca – sono ancora la colonna vertebrale della deterrenza globale. La Cina ci sta lavorando con il futuribile bombardiere H-20, ma la strada per raggiungere la capacità di colpire ovunque è ancora lunga. E senza muscoli militari, anche la più solida economia barcolla. Così, tra una carezza cinese e una spallata americana, l’Europa ha deciso di stringere ancora di più il suo storico patto d’amore con Washington e i suoi alleati: Giappone, Canada e quella vecchia combriccola occidentale che, tra uno sgarbo e una pacca sulle spalle, rimane pur sempre la casa naturale del Vecchio Continente. E siccome a Bruxelles ci piacciono le scelte decise (quando le facciamo), eccoci pronti a investire il 5% del PIL per ammodernare la NATO e costruire un futuro esercito europeo degno di essere chiamato tale. Perché, quando vogliamo, sappiamo fare le cose bene. Anzi, all’eccellenza ci siamo abituati. Dopotutto, bisogna ammetterlo, anche Trump ogni tanto ci sorprende con quella sua imprevedibile grandezza. Come direbbe Mina: “Grande, grande, grande, come te sei grande solamente tu.” Anche se ogni tanto, purtroppo, ci tocca pure cantargli il resto della canzone. G. & G. ARNÒ

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EDITORIALE GIUGNO 2025

Dove non arrivano le portaerei, arrivano i semiconduttori. Una piccola isola armata di wafer e intelligenza artificiale affronta il colosso cinese, nel silenzio assordante della guerra ibrida. Nel teatro dell’assurdo che chiamiamo “politica internazionale”, ci sono attori che recitano in costume d’epoca e altri che, in jeans e t-shirt, riscrivono il copione mentre lo recitano. Poi c’è Taiwan. Un’isola grande quanto Lombardia e Piemonte messi insieme, con meno abitanti dell’intera area metropolitana di Tokyo, ma che regge sulle sue spalle una fetta enorme dell’economia globale. E come lo fa? Semplice: costruendo i cervelli delle nostre macchine, i cuori dei nostri smartphone, le sinapsi dei missili intelligenti. Altro che portaerei. La guerra ibrida — quel meraviglioso ossimoro che suona come “dieta fritta” — è ormai la nuova normalità. È fatta di droni invisibili, blackout con tempismo sospetto, hashtag virali che destabilizzano governi, incendi strategici in Festival internazionali, e sabotaggi marini più adatti a romanzi di Le Carré che a notiziari serali. Ma nel centro di questo caos elegante, c’è un punto fermo: Taiwan. La piccola isola è la chiave di volta dell’equilibrio mondiale. E non per la sua forza militare (pur crescente), ma per quella tecnologica. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), che non ha neanche bisogno di cambiare nome per diventare acronimo da romanzo cyberpunk, produce oltre il 90% dei chip avanzati sotto i 7 nanometri. Detto in parole povere: se domani TSMC smette di funzionare, Apple piange, Nvidia sviene, e i centri di comando dell’intero arsenale NATO diventano scatole nere vintage. La Cina lo sa. E mentre sfoggia la sua armata di TikTok, dispiega flotte, e rivendica sovranità storiche con l’energia di un revisore dell’ufficio catastale, non osa (ancora) invadere Taiwan. Perché, e qui arriva il capolavoro di ironia geopolitica, il futuro della Cina — digitale, produttivo, industriale — è saldamente legato a quei minuscoli chip prodotti dai “ribelli” taiwanesi. Tagliare quei rifornimenti significherebbe strangolare non l’Occidente, ma se stessi. E quindi? E quindi benvenuti nel nuovo volto della guerra: uno scontro senza spari ma con blackout strategici, sabotaggi di cavi sottomarini, attacchi anonimi alle infrastrutture e guerre psicologiche via social. Una guerra dove l’obiettivo non è più la conquista del territorio, ma della percezione. Del tempo di reazione. Dell’algoritmo giusto. Gli eventi di Cannes e Nizza, con blackout che sembrano sceneggiati da Netflix più che indagati da Europol, sono solo la punta dell’iceberg. Dietro ogni scintilla sospetta, si cela un potenziale test bellico, una provocazione a bassa intensità pensata per misurare la resilienza dell’Occidente. Una guerra dove non si alzano bandiere, ma si toglie la corrente. Dove non si occupano città, ma flussi di dati. E mentre Russia e Cina giocano a Risiko subacqueo con le infrastrutture energetiche e digitali d’Europa, Taiwan continua a fare quello che sa fare meglio: produrre microchip e diventare l’ago della bilancia tra mondo libero e autocrazie digitali. Non male, per un’isola che molti non saprebbero collocare su una cartina muta. Sì, Taiwan può tenere a bada la Cina. Non con cannoni, ma con wafer. Non con eserciti, ma con architetture a 3 nanometri. E l’Occidente farebbe bene a proteggere questo scudo invisibile, che brilla al silicio invece che all’acciaio. Conclusione? La prossima guerra mondiale potrebbe iniziare non con un bombardamento, ma con un’interruzione nella catena di fornitura dei semiconduttori. Il bottone rosso sarà probabilmente touch screen. E chi comanda la fabbrica, comanda il mondo. E voi, avete aggiornato il vostro firmware oggi? G.& G. ARNÒ

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EDITORIALE MAGGIO 2025

Europa, svegliati o resta spettatrice: tra Trump, draghi cinesi e poker geopolitico Zelensky scopre che il suo futuro dipende da Trump, non da Bruxelles. L’Europa deve svegliarsi: tra il poker geopolitico di Washington e le sirene di Pechino, non c’è più spazio per la retorica. Difesa comune e unione dei risparmi sono l’unica strada per non finire spettatori di un nuovo ordine mondiale scritto da altri. Se l’Europa fosse una persona, in questo momento sarebbe quella che si presenta a una partita di poker mondiale portandosi dietro un manuale degli scacchi. Sul tavolo, Trump rilancia a occhi chiusi, la Cina gioca a Bluff Plus, e Zelensky cerca di non farsi scippare l’ultima fiche: la sopravvivenza. A San Pietro, Zelensky ha avuto il suo personale risveglio amaro: ha capito che i salotti bene dell’Europa non servono più a molto, e che il vero banco della pace si chiama Donald Trump. Non Bruxelles, non l’ONU, non le infinite commissioni con catering. Solo lui, il vecchio sceriffo americano, pronto a riscrivere le regole del gioco come se fosse il regolamento interno del suo golf club. E l’Europa? Ursula von der Leyen ci rassicura: “L’Europa è ancora un progetto di pace”. Splendido! Peccato che, nel frattempo, il mondo abbia cambiato canale e il “progetto” rischi di diventare una rievocazione storica in costume. Perché diciamocelo: l’Occidente come lo conoscevamo è sparito, evaporato tra una crisi bancaria, una pandemia e qualche colpo di dazio lanciato con la grazia di un pianoforte buttato giù da un palazzo. Trump, infatti, gioca su due fronti: quello commerciale — a suon di minacce e dazi — e quello militare — flirtando con l’idea di stracciare l’articolo 5 della NATO come se fosse una multa stradale. In mezzo, l’Europa deve smettere di credere che basti sventolare la bandiera della diplomazia e prepararsi, piuttosto, a correre la maratona sul filo del rasoio. Però, concediamoglielo: l’Unione europea è maestra d’arte nella nobile disciplina del “non sprecare una crisi”. Dal 2008 in poi ha trasformato ogni batosta in una mezza spinta verso un’integrazione federale camuffata da soluzioni tecniche. Oggi la posta è più alta: non basta più reagire. Bisogna giocare d’anticipo. Ecco quindi il piano geniale: un’Unione dei Risparmi, un’Unione della Difesa (SafeEU, per chi ama gli acronimi rassicuranti), e un bel brindisi franco-tedesco al federalismo funzionale. In pratica, si costruiscono due nuove punte federali: una per proteggere i soldi, l’altra per proteggere le frontiere. Una bella evoluzione: da custodi della pace a cassieri e bodyguard del continente. In altre parole, due mosse geniali, da manuale di diplomazia antica: quando non puoi vincere sul tavolo che ti apparecchiano, porti il gioco su un altro tavolo. Intanto, i dazi? Robetta. Fastidi da affrontare con un po’ di tattica e nervi saldi: cambiare rotte, aggiustare catene di fornitura, raddrizzare qualche bilancia commerciale sbilenca. Se ci riesce anche un supermercato durante i saldi, ce la farà pure l’Europa. Il vero match, invece, è tutto sulla capacità di posizionarsi tra USA e Cina come una potenza matura. E magari, per una volta, non solo sopravvivere, ma vincere. Non sarà facile, certo. Ma, come diceva qualcuno, “non bisogna mai sprecare una buona crisi”. Quindi Europa, prepara il mazzo: questa volta non si bluffa. G.& G. ARNÒ

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EDITORIALE APRILE 2025

Trump, Mercosur e il nuovo ordine commerciale: gli USA non sono più indispensabili Scrocconi, sanguisughe, odiosi e chi più ne ha più ne metta. Ecco come ci definisce il presidente-dittatore Donald Trump. Un uomo che al suo insediamento aveva promesso: «Non sarò un dittatore, tranne che nel primo giorno». Eppure, quel “primo giorno” sembra essersi trasformato in un’era senza fine, fatta di confini chiusi, trivellazioni selvagge, dazi punitivi e guerre commerciali senza quartiere. Il motto della sua amministrazione? “Business first” – e al diavolo la geopolitica che ha garantito la pace e la stabilità in Europa per quasi un secolo. Eppoi, considerando a fondo la questione, potremmo affermare che lo scroccone o l’approfittatore che dir si voglia sia stata, tutto sommato, l’America: nel dopoguerra e negli anni successivi essa ha voluto dividere il mondo in due blocchi, accaparrandosi l´Europa; ha fatto di quest´ultima la base avanzata per le sue guerre, dirette o no, per diffondere, a suo dire, la democrazia nei paesi musulmani… ricchi di risorse naturali; e ha infine utilizzato il Vecchio Continente come mercato principale per le sue esportazioni. In altre parole, se gli USA hanno investito in difesa e aiuti nel nostro continente non lo hanno di sicuro fatto a titolo di beneficenza. Ma se Trump, allo stato delle cose, vuole isolarsi, l’Europa può fare lo stesso nei suoi confronti. Gli USA non sono più un partner commerciale affidabile, e questa non è una sconfitta, ma un’opportunità. Anzi, ancora una volta dimostrano di non perdere l’abitudine di abbandonare amici e alleati ex abrupto, come già fatto in altre occasioni storiche. In un mondo multipolare, l’Unione Europea non può restare legata a un alleato che cambia le regole del gioco a suo piacimento. Ecco perché l’accordo con il Mercosul, il blocco economico sudamericano, è una svolta epocale. Un nuovo orizzonte: l’accordo UE-Mercosul Grazie alla leadership della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, l’UE ha stretto un’intesa storica con il Mercosul, composto da Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Cile, Bolivia, Perù, Colombia e Ecuador. Un accordo che non solo ridisegna gli equilibri economici globali, ma dimostra che l’Europa sa reinventarsi e trovare nuove strade quando necessario. Con questa intesa, le imprese europee risparmieranno oltre 4 miliardi di euro in dazi doganali all’anno, con un impatto diretto sulla competitività delle nostre esportazioni. Inoltre, il rafforzamento delle catene del valore nei settori strategici, come le materie prime e le tecnologie verdi, rappresenta un vantaggio che nessun dazio americano potrà mai compensare. Il Mercosul: un partner affidabile, senza ricatti Mentre Trump impone dazi e minaccia guerre commerciali, il Mercosul offre regole chiare e stabilità. L’accordo garantisce il rispetto degli standard europei su sicurezza alimentare e diritti del lavoro, proteggendo al contempo gli agricoltori europei da una concorrenza sleale. Con oltre 350 prodotti europei protetti da indicazioni geografiche, i nostri marchi distintivi non saranno minacciati da imitazioni di bassa qualità. Sostenibilità e strategia: la risposta europea al protezionismo USA Trump potrebbe non curarsene, ma il futuro del commercio internazionale è legato alla sostenibilità. L’accordo UE-Mercosul pone l’Accordo di Parigi al centro della cooperazione, con impegni concreti contro la deforestazione e per la protezione dell´ambiente. Mentre gli USA si chiudono in se stessi, noi guardiamo avanti: 1,8 miliardi di euro di aiuti UE supporteranno la transizione verde e digitale nei paesi Mercosur, rafforzando un partenariato basato su valori comuni e non su imposizioni, minacce e ricatti. L’Europa non si fa ricattare Con oltre 700 milioni di persone coinvolte, questa intesa crea una delle aree di libero scambio più grandi del mondo. Significa crescita, opportunità e posti di lavoro per entrambe le parti. E, soprattutto, significa che l’UE non accetterà più di essere schiava dell’imprevedibilità americana. Trump ha voluto giocare duro? Bene. L’Europa risponde con strategia e visione. Gli USA non sono più indispensabili. Il Mercosul è pronto a prendere il loro posto. G.&G.ARNÒ

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EDITORIALE GENNAIO 2025

Il ruzzolone dello Zar Ruzzolone: un vero e proprio sport tutelato dalla Federazione Italiana Giochi e Sport Tradizionali, praticato in diverse regioni appenniniche come Emilia-Romagna, Toscana e Abruzzo. Ma oggi non parleremo di sport, bensì di geopolitica. Nello specifico, della caduta libera di Vladimir Putin, il cui sogno di grandezza sta costando alla Russia, per come illustreremo, un prezzo insostenibile. Un colosso dai piedi d’argilla Questa è l’immagine della Russia: mentre il Cremlino pompeggia sicurezza, l’evidenza dipinge tutt’altro e cioè una Russia sofferente, debilitata. Persino Vladimir Putin, nonostante la sua decisa arte del parlare, lascia trapelare un’amara consapevolezza: la facciata di potenza è pura retorica. Gli effetti letali della guerra in Ucraina, la ritirata dalla Siria, le sanzioni occidentali e il malcontento interno stanno sconvolgendo un’economia che fino a poco fa sembrava protetta da una cupola di vetro inscalfibile. Una debacle economico-finanziaria L’esperto di economia globale presso l’OMFIF, Mark Sobel, è categorico: la Russia è sull’orlo di una crisi sistemica. Le sue politiche economiche, programmate per finanziare una guerra lampo, non possono sopportare oltre il peso di una guerra «giugurtina». Ecco una conferma in numeri: l’inflazione sfiora il 9%, il rublo è in caduta libera e il tasso di interesse ufficiale è schizzato al 21%. Gli investimenti sono congelati, soffocati dai controlli sui capitali, e il boom dei costi della spesa militare distrae fondi destinati a settori vitali come sanità, infrastrutture, educazione e quant’altro di pubblica utilità. La stangata delle sanzioni Le sanzioni occidentali non sono state solo un disturbo, ma una vera stangata anche se a scoppio ritardato. Con oltre 300 miliardi di asset congelati e limitazioni alla vendita di petrolio, a Mosca rimangono ben pochi spazi di manovra. Le sanzioni, in altre parole, hanno messo a nudo la fragilità strutturale di un’economia iper-dipendente dagli idrocarburi. E non parliamo della previsione preoccupante di un rilancio economico sostenibile: la fuga di cervelli, ovvero l’espatrio di giovani, imprenditori e tecnici altamente qualificati, sta portando via con sé speranze e sapere. Putin: i negoziati della disperazione? L’apertura del Cremlino a negoziati di pace, proposti dal premier slovacco Robert Fico, sembra più una mossa dettata dalla disperazione che da un effettivo desiderio di risoluzione. Con il Donald Trump bis alla Casa Bianca previsto per gennaio 2025, Putin spera in un clima più benevolo, ma sa bene che gli ostacoli restano, eccome! L’Ucraina, dal canto suo, non intende cedere, almeno sino ad ora, sulle questioni territoriali, né accettare compromessi che mettano a rischio la sua sovranità. E mentre l’Occidente cerca faticosamente una posizione condivisa, lo scenario che si profila appare sempre più complesso. Un futuro di isolamento? La strategia di Putin appare chiara: ottenere concessioni, mantenere il controllo sullo spazio post-sovietico e rivendicare un ruolo dominante nella geopolitica globale. Ma i costi di questa ambizione saranno molto salati: la previsione è che l’economia russa uscirà dalla guerra seriamente ridimensionata e con un isolamento internazionale, che la castigherà nell’innovazione e negli investimenti. Dunque? Bene, riassumendo il già detto, la Russia sta pagando un prezzo altissimo per la guerra in Ucraina. Il supporto che l’Occidente continuerà a offrire a Kiev e la capacità di adattarsi ad un mondo sempre più ostile condizioneranno il futuro del Cremlino, che dietro la facciata di potenza e superiorità nasconde l’amarezza di un fallimento: il mito dell’invincibilità russa è stato infranto. In Ucraina e non solo.   G.&G.ARNÒ

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EDITORIALE DICEMBRE 2024

  Diciamocelo chiaro e tondo: quando si parla di cibo, l’Italia gioca in un campionato tutto suo. Dalla carbonara all’ossobuco, i nostri piatti fanno tremare le tavole di New York e Tokyo, lasciando tutti a bocca aperta (e subito dopo, a bocca piena). Il segreto? Un mix imbattibile di tradizione, ingredienti di qualità e quella passione che rende ogni forchettata poesia pura. Per noi italiani, il cibo non è solo nutrimento: è rito, arte, festa. Da Nord a Sud, si mangia come se fosse sempre l’ultima cena, e sì, c’è chi ancora si fa il segno della croce prima di assaggiare. Ogni piatto racconta storie, coccola l’anima, tiene viva la memoria. Ma attenzione: guai a fare errori. Amatriciana con la panna? Squalifica immediata. Pizza con l’ananas? Esorcismo garantito. E poi c’è quel nostro fiuto da detective della qualità. Siamo i Sherlock Holmes del supermercato, capaci di analizzare ogni etichetta e interrogare il fruttivendolo sulle origini delle melanzane. Perché per noi il cibo non è solo cibo: è una questione di principio. Ma il vero ingrediente segreto non si trova in una dispensa. È la compagnia. Mangiare da soli, in Italia, è quasi un peccato. Ce lo dicono anche gli scienziati: condividere un pasto rende felici. Insomma, il miglior risotto allo zafferano non vale nulla se non hai qualcuno accanto a cui dire: “Eh sì, l’ho fatto io!”. E il mondo lo sa bene. Dal 2014 al 2023, le esportazioni del nostro agroalimentare sono cresciute dell’87%, superando i 64 miliardi di euro. Altro che cibo: il Made in Italy è arte, confezionata sottovuoto e amata ovunque. Le contraddizioni della cucina italiana Certo, non siamo perfetti. L’Italia è un mix di ordine e caos, tradizione e innovazione. Ed è proprio questa danza tra opposti che rende la nostra cucina unica. Non cuciniamo solo per nutrirci, ma per stupire, emozionare, vivere. E con il Natale alle porte, la cucina italiana si trasforma in un luna park di dolcezze. Panettoni, torroni, cantucci: l’indice glicemico scrive Cronache di un abuso natalizio. Ma come dicevano i latini, semel in anno licet insanire: una follia all’anno è concessa. Attenti però, perché a gennaio potrebbe arrivare la resa dei conti… e dei pantaloni troppo stretti! Il lato nascosto del Made in Italy Fin qui, tutto bello. Ma non possiamo ignorare che, mentre celebriamo il nostro cibo, ci sono italiani per cui anche una pasta al pomodoro è un lusso. Un italiano su otto vive sotto la soglia di povertà. E mentre esportiamo eccellenza, ci sono tavole vuote. Eppoi, la vera grandezza della cucina italiana non è solo nei suoi piatti stellati, ma nella capacità di rendere straordinario ciò che è semplice: un pezzo di pane, un filo d’olio e un peperoncino possono essere un capolavoro, ma devono essere alla portata di chiunque perché la cucina italiana è un patrimonio di tutti. Come garantire che lo sia davvero? Non servono gesti eroici, ma iniziative concrete: Combattere lo spreco alimentare. Ogni anno buttiamo tonnellate di cibo. Le food bank e altre iniziative possono fare molto, ma serve la volontà di tutti. Educazione alimentare. Anche con pochi soldi si può mangiare sano, ma bisogna sapere come fare. Sostenere i piccoli produttori locali. Comprare a chilometro zero aiuta chi lotta contro le grandi multinazionali e fa bene al pianeta. E a Natale, mentre ci godiamo il nostro torroncino, pensiamo a chi ha meno. Una donazione, un pasto condiviso, anche solo un pensiero possono fare la differenza. Perché il vero miracolo della cucina italiana non è solo il suo sapore, ma la sua capacità di unire le persone. Buone feste e buon appetito… per tutti!  G.&G.ARNÒ

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